LA RIVISTA DELLA
2a GIORNATA DIGITALE SVIZZERA
25 OTTOBRE 2018

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LA RIVISTA DELLA 2a GIORNATA DIGITALE SVIZZERA 25 OTTOBRE 2018

«Grazie alla tecnica possiamo essere più umani»
Adrian Meyer

Il professore dell’ETH Robert Riener crede che in futuro le persone e le macchine si fonderanno. Perciò ha creato il Cybathlon: una competizione per atleti con protesi robotiche.

La protesi bionica alla mano è controllata dal cervello e da muscoli addestrati allo scopo.

Signor Riener, qual è il suo supereroe preferito di sempre?

Spiderman. La trilogia di film è stata molto divertente.

Lei studia i superuomini del futuro. Presso l’ETH sviluppa robot indossabili, i cosiddetti esoscheletri che permettono alle persone paralizzate di camminare. Sembra fantascienza.

Gli attuali esoscheletri sono in grado di fare ancora poco. Hanno articolazioni del ginocchio e dell’anca, a volte è possibile girare lateralmente le anche. Le persone paralizzate possono quindi camminare solo su suolo piano. Gli apparecchi sono molto primitivi e rozzi, le batterie non durano molto e i piedi non possono essere mossi. In caso di pendenza un esoscheletro si ribalta. E senza stampelle non funziona affatto.

Ciononostante le persone paralizzate possono di nuovo camminare. Come reagiscono?

Ciò che preferiscono è la possibilità di poter stare in piedi di nuovo, di guardare qualcuno negli occhi, di prendere da soli qualcosa da uno scaffale. Già questo è per loro così bello da essere entusiasti.

I robot indossabili come quelli visti in Iron Man sono un sogno?

Hollywood ci fa credere a cose sbagliate. Le persone pensano che la scienza stia già sviluppando un Iron Man o un Terminator, nonché super abiti militari che permettono al soldato di trasportare più peso. Naturalmente si effettuano ricerche in questo senso, conosco tutti i progetti, ma non funzionano ancora.

Il signore dei cyborg:
Robert Riener

Il professore Robert Riener (50) fa ricerche da 15 anni presso il Politecnico federale di Zurigo, dove dirige l’istituto per sistemi sensomotori. L’ingegnere meccanico studia tecnologie che semplificano la vita alle persone con disabilità. Tra le altre cose il suo team sviluppa esoscheletri che aiutano le persone paralizzate a camminare. Nel 2016 Riener ha creato il primo Cybathlon a livello mondiale.

Gerry Nitsch

Perché?

Perché non si riesce a costruire un robot indossabile che capisca subito cosa vuole una persona e metta rapidamente in pratica l’intenzione. Nell’interfaccia tra apparecchio e persona ci sono i primi successi, ma sono ancora inaffidabili.

Sono un po’ deluso: c’è sempre molta attesa attorno alle protesi robotiche!

Ci troviamo a un punto di svolta. Si stanno scoprendo nuove tecnologie per le interfacce, materiali migliori, design più belli e anche batterie ottimizzate. Tutto questo non è però ancora stato implementato negli apparecchi attuali. E la tecnica non è ancora abbastanza solida.

Due anni fa a Kloten ha organizzato per la prima volta un Cybathlon, dove hanno gareggiato tra loro persone con protesi robotiche. Perché?

A questa prima mondiale hanno partecipato persone con disabilità sottoponendo le protesi robotiche a un test difficile. Volevo dare slancio alla tecnica. Non volevamo mostrare solo ciò che funziona, ma anche ciò che non funziona. Lo scopo finale sono apparecchi utili per il quotidiano. Per questo è necessaria più competizione. L’obiettivo sono protesi di massa, che hanno un funzionamento altrettanto vario degli smartphone. Siamo però ancora molto lontani da questo. Perciò meno della metà delle persone che hanno subito l’amputazione di un braccio indossa le protesi.

Cosa disturba?

Per quanto riguarda le protesi del braccio il fissaggio al moncone. Se la persona suda molto, la protesi inizia a traballare. Così è impossibile trasportare casse pesanti.

Ha affermato che i preparativi per il Cybatlon le hanno aperto gli occhi per quanto riguarda i bisogni delle persone con limiti fisici. In che misura?

Molti apparecchi hanno un aspetto magnifico e sono ottimi dal punto di vista robotico. Esistono protesi che permettono di muovere ogni dito. Tuttavia, per chi li indossa il vantaggio è minimo, perché gestisce la maggior parte delle attività con la mano sana. Se invece ha bisogno di due mani, ad esempio per alzare una cassa, non può farlo con la protesi visto che le dita si spezzano o la protesi scivola. Ho notato inoltre tutte le barriere esistenti tra persone con disabilità e quelle senza: tutte le paure e tutti i tabù.

Video: prima mondiale del Cybathlon a Kloten (ZH).

Il Cybathlon viene chiamato le «Olimpiadi degli atleti bionici». Ciò non abbatte necessariamente le paure.

Sebbene possa convivere con questo titolo, in realtà sminuisce l’umanità. Non vogliamo fare un freak show. Vogliamo offrire agli interessati un’opportunità per contribuire a sviluppare le tecnologie. Ingegneri, medici, pazienti devono avere un maggiore dialogo. Solo se i ricercatori conoscono i bisogni reali, possono sviluppare apparecchi funzionali.

Il Cybathlon ha già avuto un influsso sulla ricerca?

Sì, l’effetto è gigantesco! I miei colleghi sono entusiasti. I primi team sono stati formati già due anni prima della gara. Hanno reclutato i piloti e sviluppato gli apparecchi. Ciò è sensato perché al Cybathlon vanno svolti compiti quotidiani. I piloti con protesi alle gambe devono ad esempio apparecchiare il più velocemente possibile una tavola per la colazione.

Le protesi hanno il senso del tatto?

Ci sono i primi successi con i sensori tattili, che permettono alle persone di sentire come si comporta la macchina. Ma questa tecnica è molto onerosa, non ancora del tutto sviluppata ed estremamente cara. Per molto tempo ci si è concentrati solo su come il cervello possa inviare segnali alla protesi. Tuttavia, affinché il movimento funzioni, abbiamo bisogno che la nostra mano o il nostro piede invii feedback al cervello. Le protesi hanno quindi bisogno di segnali in entrambe le direzione.

Chi le indossa non corre il rischio di una crisi d’identità, visto che una macchina diventa parte del loro corpo?

Se si attacca qualcosa al corpo e lo si indossa costantemente, a un certo punto diventa parte del nostro corpo. Per chi lavora a lungo con la pinzetta quest’ultima diventa una nuova punta delle dita. La tecnica viene integrata nel modello del corpo anche se rimane sorda e non permette di sentire direttamente.

Le persone interessate vedono gli apparecchi hightech come protesi normali?

Sì, soprattutto i bambini e i giovani. Esistono protesi che possono essere modellate individualmente con una stampante 3D. Possono perfino essere richieste braccia come Iron Man. Altri desiderano invece protesi il più naturali possibile con pori, peli e vasi sanguigni. Altri ancora il più discrete possibile.

Gerry Nitsch

Per lei dove finisce l’umanità e dove inizia la tecnica?

Grazie alla tecnica possiamo essere più umani. Se si possono avere più esperienze nella vita quotidiana, si è maggiormente integrati nella società. Finché la mente e la volontà rimangono libere, siamo sufficientemente umani. Il fatto che si utilizzi la tecnica nel quotidiano è totalmente normale. Per molti lo smartphone è diventato parte della propria identità. Se non lo portano con loro, sono persi.

Le protesi hightech sono il nuovo livello evolutivo dell’umanità?

Direi piuttosto che l’evoluzione tecnica si fonde con l’umanità con in modalità vantaggiosa per la società. Unire finalmente le persone alla tecnica è una grande sfida, sia a livello tecnologico che mentale.

Ci saranno esoscheletri con i quali potrò andare al lavoro così velocemente da non avere più bisogno di un’auto.

Cosa succede se le persone con protesi robotiche diventano più performanti di quelle senza?

garantita la sicurezza delle protesi. E a condizione che le persone non vengano obbligate ad adottare la tecnica o che non si creino ingiustizie sociali. La discussione riguardante l’equità è difficile. Infatti, chi è benestante può probabilmente permettersi un appa­recchio del genere, mentre i poveri sono svantaggiati. Tuttavia, sono convinto che prima o poi la tecnica renderà gli uomini più efficienti e più forti. Un giorno esisteranno esoscheletri che potranno essere indossati come un vestito. Grazie a essi potrò andare al lavoro così velocemente da non avere più bisogno di un’auto.

Indosserebbe un vestito del genere?

Se è sicuro, me lo posso permette e nessuno mi obbliga, sicuramente. A un certo punto della storia le persone in bici erano più veloci di quelle senza. E nessuno ha qualcosa da ridire.

Si lascerebbe impiantare un apparecchio per essere più efficiente?

Sì, se fossi più efficiente sul lavoro e la mia salute non fosse a rischio.

Le protesi potrebbero diventare un prodotto lifestyle.

Se la tecnica è sicura, non vedo alcun problema.

In futuro le persone si faranno amputare un braccio per avere una protesi robotica?

È una domanda da prendere sul serio. Girano voci secondo cui in Asia alcuni sportivi ci abbiano davvero pensato, perché credevano di essere più performanti con la protesi. Tuttavia, ignorano gli svantaggi nella vita quotidiana, il dolore fantasma e le complicazioni mediche. No, questi scenari non sono davvero consigliabili.

La filosofia del transumanesimo pensa che a un certo punto l’uomo dominerà il proprio corpo con tutti i suoi limiti grazie alla tecnologia.

Ogni essere umano ha bisogno di un corpo. Come è composto, se con una o due gambe è secondario. Tuttavia, abbiamo bisogno di un’interazione corporale con l’ambiente. Solo così il nostro cervello può imparare. Quando le scimmie hanno imparato a muoversi su due gambe, improvvisamente avevano le mani libere. Questa opportunità ha fatto crescere la loro funzione cerebrale.

Cosa succede se qualcuno fa trapiantare il suo cervello in un robot?

Se fosse possibile collegare il cervello con la robotica, avremmo di nuovo un’interazione fisica. In teoria potrebbe funzionare. Non posso però dire se poi sarà una persona o un robot.

Per lei che cosa caratterizza l’essere umano?

Avere una propria volontà. Voglio essere autonomo ed essere accettato. E non avere sempre paura di essere ferito.

Cybathlon

È richiesto doping tecnico: il 2 e 3 maggio 2020 presso la Swiss-Arena di Kloten, il Politecnico di Zurigo organizza per la seconda volta il Cybathlon. La prima mondiale si è tenuta due anni fa. Le persone con disabilità si misurano in sei diverse discipline, con l’ausilio di protesi robotiche di ultima generazione. Nella corsa in bicicletta si confrontano con l’elettrostimolazione muscolare, nella corsa virtuale con il controllo dei pensieri, nel percorso di abilità con le protesi intelligenti del braccio e nel percorso a ostacoli con protesi attive delle gambe, esoscheletri robotici e sedie a rotelle motorizzate. I percorsi sono strutturati in modo tale da presentare situazioni quotidiane. Al primo Cybathlon hanno preso parte 73 piloti provenienti da 25 Paesi. La Svizzera era rappresentata da sei team, di cui due del Politecnico di Zurigo.

www.cybathlon.com

Alessandro Della Bella