LA RIVISTA DELLA
3e GIORNATA DIGITALE SVIZZERA
3 SETTEMBRE 2019

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Giornata digitale 2019

Il mondo digitale salverà la democrazia?
Adrian Meyer

L’attivista del web Daniel Graf è convinto che una democrazia digitale consenta a tutti i cittadini più partecipazione diretta e che «la politica dall’alto» non sia più praticabile.

Daniel Kellenberger

Ritratto:

Daniel Graf (46) è attivista di web e stratega della comunicazione. Offre consulenza a organizzazioni, partiti o associazioni per campagne, iniziative popolari e referendum. Ha fondato WeCollect, la piattaforma digitale per la raccolta di firme, ed è autore del libro «Eine Agenda für eine digitale Demokratie». Graf è stato responsabile della comunicazione all’interno del sindacato dei media Comedia, portavoce di Amnesty International e dirigente dei Verdi di Zurigo.

Signor Graf, lei si definisce un «game-changer», un rivoluzionario e sostiene di non vivere mai il presente, ma qualche secondo più avanti. Che effetto ha su di lei?
Mi rende impaziente. Devo sempre aspettare che gli altri vedano le opportunità che io tento di creare dal nulla. Pertanto sono costretto a correre dei rischi: a saltare nel buio, da solo, ma non lo faccio per me, bensì per un pubblico. Per dimostrare quello che è possibile ottenere.

Qual è stato il suo ultimo salto importante?
In estate mi sono separato da tutto ciò che ho costruito negli ultimi cinque anni: affido la mia piattaforma di raccolta firme WeCollect a una fondazione. Intendo così permettere qualcosa di più grande, ossia la costituzione di una democrazia digitale in Svizzera.

Qual è la sua idea di democrazia digitale?
La democrazia digitale semplifica la partecipazione diretta di tutti i cittadini alla vita politica. Hanno molto da dire e vengono ascoltati. In questa democrazia la politica «dall’alto» non funziona.

In una democrazia digitale saranno i cittadini ad avere il potere?
Non da soli. Il potere viene decentralizzato: il Parlamento, i partiti o le associazioni non saranno più gli unici a tenere le redini, bensì anche i cittadini informati e impegnati che esercitano più intensamente il controllo. Già oggi tutti possono organizzare un’iniziativa senza una sede di partito o un Gruppo imprenditoriale alle spalle.

I partiti diventeranno superflui? 
Si devono preparare al peggio. Subiranno la concorrenza di nuove forme di organizzazione. Forse ci sarà presto un partito di rete, del tutto diverso rispetto ai vecchi partiti con le loro strutture tradi­zionali e gerarchiche.

Il potere viene decentralizzato. I cittadini diventano micro-influencer politici

In Svizzera è il popolo ad avere l’ultima parola. Maggiore democrazia non è pensabile.
Eppure il margine di manovra è più ampio. Il Parlamento promulga sempre più leggi. Tuttavia, il numero di iniziative e referendum non aumenta con lo stesso ritmo. Il popolo viene sempre meno coinvolto nelle decisioni. Anche la procedura di consultazione si svolge praticamente escludendo l’opinione pubblica, eppure ciascuno avrebbe il diritto di essere chiamato in causa. La digitalizzazione consente a tutti i cittadini di esprimere la loro opinione. Io lo chiamo «crowd lobbying».

Come dovrebbe funzionare?
Abbiamo già a disposizione tutti gli strumenti necessari. Grazie alle piattaforme digitali oggi è per tutti molto più facile scambiarsi le opinioni, accedere a una rete di collegamenti, organizzarsi e avviare progetti politici. Fino a poco tempo fa, nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di lanciare un’iniziativa popolare; oggi invece un numero sempre maggiore di persone si incontrano sul web con il medesimo intento e scoprono di non essere soli. La sensazione di poter dare inizio a qualcosa in veste di cittadini rappresenta il vero cambiamento. Questo atteggiamento caratterizzerà la politica dei prossimi anni.

Non ha paura di una dittatura della maggioranza?
Chi crede di essere sulla via che porta a una dittatura popolare, ha dimenticato le lezioni di educazione civica. Il bello della nostra democrazia è che ci vuole ben poco a sollevare una questione, ma poi la procedura parlamentare di negoziazione e di formazione delle opinioni dura un’eternità. Il nostro sistema è molto affidabile e solido.

Le campagne politiche vanno finanziate; come fanno i singoli a procurarsi il denaro?
Mi disturba il fatto che in Svizzera la politica non parli di denaro. La democrazia costa! Per raccogliere le firme di un’iniziativa ci vuole, come minimo, mezzo milione di franchi. Ciò è possibile con il crowdfunding. L’idea che cittadini organizzati siano ora in grado di procurarsi lo stesso ammontare di cui le associazioni e i gruppi aziendali dispongono, non entusiasma di certo questi ultimi.

Finora la società civile non ha ancora vinto alcuna iniziativa.
Mancano le storie di successo, ma sono convinto che arriveranno. Se un singolo vincesse un’iniziativa popolare oltre qualsiasi resistenza, si tratterebbe di un momento di gloria per la democrazia.

È questo l’obiettivo di WeCollect?
All’inizio volevamo solo raccogliere firme. Poi abbiamo lanciato referendum e iniziative. Nel nostro indirizzario abbiamo 60 000 contatti di persone che vogliono cambiare qualcosa. Oggi siamo in grado di raccogliere decine di migliaia di firme in poche settimane; nessun partito riesce a fare altrettanto. Sono cambiate le regole del gioco.

Esse sono state ampiamente criticate perché hanno negato iniziative legittime e civili.
Noi non siamo una piattaforma di servizi. Abbiamo sempre seguito un’agenda sociale nel rispetto di valori fondamentali, quali i diritti umani.

Sinora lei è il solo a decidere quali iniziative promuovere con WeCollect, il che non è molto democratico.
Un potere simile era un gran peso. La piattaforma è cresciuta più in fretta di quanto credessi. Pertanto sto affidando WeCollect a una «Fondazione per la democrazia diretta». Il Consiglio di fondazione decide in merito a progetti, controlla i dati e viene finanziato dal crowd.

Che rischi comporta una democrazia digitale?
Vedo molte più opportunità che rischi. Quello che mi preoccupa è piuttosto il fatto che con somme sufficienti si possano inondare le Reti Sociali di pubblicità politica mirata, senza che gli elettori sappiano da dove provenga questo denaro. A tal proposito, in Svizzera ci vuole assolutamente maggior trasparenza.

Lei sostiene che nella democrazia digitale non si vincono più le elezioni e le votazioni popolari con argomentazioni di fatto, bensì con campagne mirate, emotive. La cosa può sembrare allarmante.
Sarebbe da ipocriti ritenere che la politica non abbia nulla a che fare con le emozioni. Le emozioni sono necessarie per catturare l’attenzione, l’argomento è secondario. Quindi non c’è nulla di male nel fare politica facendo leva sulle emozioni. Ovviamente sarebbe deleterio se i politici puntassero solo a suscitare paura e panico. Il solo pensiero mi crea un profondo disagio. In molti Paesi i politici attaccabrighe che oltrepassano costantemente i limiti, vengono applauditi ed eletti. Alimentano l’odio e il risentimento. E questo è pericoloso.

Eppure lei va incontro con ottimismo alla digitalizzazione della politica. Perché?
Per la gente. Mi accorgo che sempre più cittadini diventano micro-influencer politici e aiutano altri a prendere decisioni. Oggigiorno la politica è molto più presente nella nostra quotidianità. Discutiamo sui social media con persone sconosciute, vediamo quali sono le questioni che interessano loro e ci facciamo una nostra opinione. Tutti hanno qualcosa da dire su questioni importanti. Da questo punto di vista Mark Zuckerberg ha fornito con Facebook un notevole contributo alla democrazia diretta. Anche se l’uso che il suo modello commerciale fa dei nostri dati è inaccettabile.

Ritiene che le fake news siano pericolose?
Lo sono solo se non vengono contrastate a gran voce, cosa che possono fare i cittadini informati attraverso i social media. In Svizzera abbiamo un sistema mediatico funzionante. Fintanto che possiamo fare affidamento su un buon giornalismo, non ho paura delle fake news.

Lei è un imprenditore, un attivista o piuttosto un politico?
Sono un po’ di tutti e tre. È quello che ci vuole per percorrere nuove strade. Soprattutto sono un gran sostenitore della democrazia diretta. E potervi contribuire, mi appassiona.

Da dove proviene la sua voglia di cambiamento?
Il movimento mi rasserena. La calma piatta mi mette in ansia e ho l’impressione che si debba fare qualcosa. E allora inizio.