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3 SETTEMBRE 2019

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Giornata digitale 2019

Rivolta contro i robot?
Peter Hossli

Potrebbe giungere il giorno in cui i robot avranno le stesse capacità degli esseri umani, afferma Marcello Ienca, esperto di etica della robotica e professore al Politecnico Federale di Zurigo (ETH). È importante tuttavia non concedere loro la parità di diritti.

Signor Ienca, cosa sanno fare i robot meglio di lei?
I robot, ossia l’intelligenza artificiale, fanno alcune cose peggio di me quando si tratta di essere creativi, emotivi ed empatici. Tuttavia, mi superano di gran lunga in termini di pensiero logico, elaborazione di informazioni o prestazioni di calcolo.

La disturba il fatto che le macchine le siano superiori?
No, perché sono realista. Dovremmo lasciare alle macchine ciò che sanno fare meglio di noi.

In quali ambiti impiega i robot?
I robot lavorano costantemente per noi, senza che ce ne rendiamo neppure conto. Ogni ricerca su Google viene ottimizzata dall’intelligenza artificiale. Le nuove autovetture sono basate sull’intelligenza artificiale; Roomba – un robot aspirapolvere – pulisce il pavimento di casa mia. L’impiego dell’intelligenza artificiale in medicina può fungere da ausilio nella diagnosi e nelle decisioni terapeutiche. Nei comportamenti più complessi, dove l’interazione sociale, l’empatia e la comprensione emotiva sono importanti, i robot possono essere al massimo uno strumento complementare, ma non un sostituto.

Possiede un robot umanoide?
Personalmente no, ma ho fatto delle ricerche, in particolare su come vengono utilizzati in ambito geriatrico.

Le persone preferiscono i robot inspirati agli animali ai robot umanoidi

I robot vengono impiegati nella cura degli anziani. Come reagiscono le persone?
Lo stato d’animo e la provenienza degli anziani sono determinanti in questo contesto. Le persone affette da demenza preferiscono lo scambio con le macchine rispetto alle persone anziane e sane sotto il profilo cognitivo. Più progredisce la demenza e più sembrano preferire le macchine.

Perché alle persone piacciono le macchine?
Le persone affette da demenza preferiscono essere lavate e vestite dalle macchine. Provano un minor senso di vergogna; sentono che la loro intimità non è violata.

I robot potrebbero essere infermieri migliori?
No, perché non sono in grado di sostituire l’interazione umana. Il contatto fisico è essenziale, così come saper chiacchierare. Sebbene riescano ad esprimersi nella lingua dei pazienti, le macchine non sono ancora in grado di intrattenere una conversazione. In culture propense alla tecnologia, come quella giapponese, i robot hanno maggiori probabilità di essere accettati nelle cure rispetto all’Europa meridionale o alla Francia.

Teme che un giorno i robot possano diventare professori?
Gli esseri umani non sono dei, ma animali che hanno sviluppato capacità cognitive nel corso dell’evoluzione. I nostri cervelli sono formati da materia, ragion per cui possono essere sostituiti dalle macchine. Non vi è alcuna argomentazione scientifica secondo cui le macchine non saranno mai valide quanto gli esseri umani. Devo accettare dunque che, un giorno, possano diventare professori.

Quando raggiungerà la macchina il grado di complessità di un essere umano?
Sfortunatamente, non dispongo di una sfera di cristallo. L’evoluzione in questo ambito è estremamente rapida, ma un essere umano è un sistema estremamente complesso. Ci vorranno almeno cent’anni prima che le macchine agiscano sotto il profilo cognitivo-emotivo come gli esseri umani.

Dobbiamo temere che i robot sottraggano i nostri posti di lavoro?
Lo fanno già. Chi si reca alla Coop per i propri acquisti, spesso interagisce con un robot quando effettua il pagamento. I robot però contribuiranno anche a creare nuovi posti di lavoro. Ingegneri e analisti di dati sono molto richiesti.

Quindi possiamo stare tranquilli?
I robot assumono le funzioni di persone con una scarsa o senza alcuna formazione. Le nuove professioni richiedono una buona formazione; le persone sostituite dai robot presso Coop non verranno mai assunte da Google come analisti di dati. Sono necessari ingenti investimenti nella formazione delle nuove generazioni e nel perfezionamento professionale delle attuali forze lavoro. Se falliremo in questo processo di riorientamento, assisteremo alla «rabbia contro le macchine», le persone si opporranno ai robot.

Abbiamo creato dei sistemi intelligenti. Siamo in grado di fermarli?
Al momento siamo ancora in grado di farlo. In prospettiva, però, potremmo sviluppare un’intelligenza artificiale così intelligente da non poter più essere controllata e quindi fermata.

Timori infondati o realtà?
Logicamente è possibile, ma ci vorrà ancora molto tempo. Constatiamo già oggi come le macchine abbiano cambiato la nostra vita.

Ad esempio?
Quanti numeri di telefono riesce a ricordare?

Dieci anni fa, mi ricordavo ancora quelli importanti.
Oggi ne ricorda solo alcuni, eppure la sua memoria biologica non è peggiorata: utilizza semplicemente lo smartphone come estensione della memoria. Ampliamo i processi interni con supporti tecnologici. Si è instaurata una forma di dipendenza nei confronti delle macchine; Google Maps ha modificato la nostra capacità di orientamento: riesce perfettamente ad orientarsi a Tokio, sempre che la batteria sia carica.

Possiamo programmare i robot in modo tale che ci picchino. Come ci sentiamo quando siamo noi a picchiare un robot?
Un produttore di robot americano ha messo in rete dei video che riprendono dei robot mentre vengono percossi da alcune persone. Chi assiste a questa scena mostra empatia per i robot, affermando: «Le persone non dovrebbero picchiare i robot!» Questo sebbene i robot non provino alcun dolore e non soffrano di conseguenze psicologiche a causa della violenza. Non vi è una ragione logica per l’empatia, eppure in questi casi avvertiamo un senso di malessere.

I robot stanno assumendo dei tratti umani. È per questo che sviluppiamo dei sentimenti per loro?
No, gli esseri umani hanno sviluppato delle competenze sociali nel corso dell’evoluzione. Il nostro cervello percepisce l’aggressione ingiustificata come un fatto negativo.

Questo spiega tutto?
Nei film di Hollywood, i robot attaccano le persone che li hanno trattati con malvagità, come in «Terminator». Crediamo che forse, tra duecento anni, ci saranno robot intelligenti che, vedendo le percosse ricevute dalle persone nei vecchi filmati, ci ripagheranno con la stessa moneta.

Cosa succede se un robot assomiglia ad un cane?
Le persone preferiscono i robot ispirati agli animali rispetto ai robot umanoidi. Vi è il fenomeno noto come «Uncanny Valley»: i robot ci piacciono tanto più ci assomigliano, ma appena assumono sembianze troppo simili alle nostre iniziamo ad avvertire dei sentimenti negativi. La soluzione: sviluppare robot somiglianti agli animali. Ecco perché i robot nel campo delle cure hanno le sembianze di foche, cani o gatti.

Test dimostrano che gli esseri umani sono riluttanti a toccare i robot umanoidi nei punti corrispondenti alle loro parti intime, sebbene questi siano completamente realizzati in metallo.
Questa è la trasposizione naturale delle regole umane a sistemi non umani. Gli esseri umani sono probabilmente gli unici animali che osservano le nuvole e riconoscono i volti.

Gli esseri umani manipolano i propri simili. Possiamo fidarci di più dei robot?
Le macchine ci manipolano costantemente: decidono cosa dovremmo acquistare, vedere, sentire e quali luoghi potrebbero piacerci. Gli algoritmi influenzano le nostre azioni in misura notevole. Nel corso dell’evoluzione abbiamo imparato a riconoscere le persone che ci manipolano. I nostri meccanismi razionali fanno scattare uno stato di allerta, ma non riusciamo a difenderci in alcun modo dalla manipolazione tramite l’uso di algoritmi.

Chi è responsabile quando un robot uccide?
Non esiste una risposta definitiva a questa domanda. La questione è oggetto di un’accesa discussione: secondo alcuni esperti se le macchine sono abbastanza intelligenti, la responsabilità ricade su di loro. Ritengo che questo approccio sia sbagliato perché se la responsabilità è delle macchine, nessuno sarà più responsabile. Dal mio punto di vista, sono sempre le persone ad essere responsabili delle macchine. La domanda è: chi sarà il vero responsabile? I programmatori? I produttori di computer? Il CEO? O gli utenti stessi?

Cosa pensa dei robot sessuali?
I robot sessuali vengono utilizzati da persone anziane, così come da persone affette da demenza e persone con disabilità fisiche, che spesso non possono vivere la loro sessualità, con conseguenti effetti negativi sulla psiche. I robot sessuali potrebbero essere utili in questi casi.

Sta usando il condizionale.
I robot sessuali potrebbero creare una forma di esclusione sociale: l’interazione tra esseri umani e macchine potrebbe infatti sostituirsi a quella tra gli esseri umani. Non sappiamo ancora quali sarebbero le conseguenze; dobbiamo condurre degli studi e osservare quanto accade.

Esistono robot sessuali con sembianze di bambini.
Se dalla ricerca dovesse emergere una diminuzione delle pulsioni pedofile grazie all’interazione con i robot sessuali, questo sarebbe certamente positivo. D’altra parte, se la ricerca dimostrasse che questi robot generano fantasie ancor più problematiche da gestire sarebbe estremamente negativo. Un cosa è certa: ci vuole più ricerca. Non possiamo rispondere a queste domande di ordine etico restando su una sedia a sdraio.

I robot dovrebbero avere dei diritti?
Sì, ma non tutti. Ritengo che sia sbagliato dare la cittadinanza a un robot. I robot non sono persone e non dovranno mai diventarlo. L’intelligenza artificiale deve rimanere uno strumento ausiliario per noi e quindi sotto il nostro controllo, non deve generare un sistema operante in parallelo e allo stesso livello degli esseri umani.

Neppure se, tra cent’anni, i robot avessero le stesse abilità degli uomini?
Se esistessero dei robot dotati di tutte le capacità di un essere umano, non ci sarebbero più argomenti per non concedere loro tutti i diritti.

Ora si contraddice.
Non dovremmo mai sviluppare macchine simili, dobbiamo evitare di compiere questo passo.

Ritratto:

Marcello Ienca (30) è un esperto di bioetica presso il Politecnico di Zurigo. Si occupa di questioni etiche legate alla salute e alla tecnologia. Studia anche come la digitalizzazione modifichi il campo della geriatria. Ha studiato all’Università Humboldt di Berlino, ha conseguito il dottorato all’Università di Basilea e pubblicato diversi articoli sull’intelligenza artificiale, i big data in medicina e l’etica della robotica.

Daniel Kellenberger