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Se il Grande Fratello spia nel telelavoro

Monitorare a distanza i dipendenti in telelavoro significa entrare in un territorio inesplorato. Il controllo digitale delle prestazioni può limitare le libertà civili, ma anche offrire opportunità.

Shutterstock

Marc Neumann

Presso la scuola pubblica di Washington, l’appello si svolge in modalità digitale: per confermare la propria presenza nelle classi online, i bambini delle elementari devono accedere una volta al giorno alla piattaforma di apprendimento online della scuola, poco importa se in pigiama e da una camera in disordine. In caso contrario non vi sono scusanti, è un’assenza ingiustificata, anche in piena crisi covid, visto che nella capitale americana le lezioni si tengono ancora a distanza, in formato digitale. Tuttavia, gli allievi iscritti al sistema scolastico pubblico del distretto di Columbia (DCPS) devono registrarsi una sola volta al giorno. In teoria, potrebbero farlo velocemente al mattino e poi andare in uno degli skate park, nuovamente aperti al pubblico.

La situazione dei lavoratori adulti attivi in telelavoro negli Stati Uniti e nel resto del mondo sembra meno rilassata. Certo i vestiti e le scarpe griffati accumulano polvere e l’abito su misura rimane nell’armadio, mentre pantaloncini, tute da ginnastica e leggings sono capi all’ultimo grido e ci sono altre comodità come, ad esempio, evitare il tragitto casa-lavoro e l’eccessiva igiene personale, a favore di uno spuntino dal frigorifero o una passeggiata nel quartiere, ma solo per coloro che riescono a conciliare il
telelavoro, la gestione della casa e la cura dei figli.

Comunque, la grande libertà offerta dal telelavoro ai dipendenti non è affatto scontata, anzi, un numero crescente di datori di lavoro e aziende stanno puntando su sistemi di monitoraggio digitali per sorvegliare i collaboratori che lavorano da casa. Uno studio dell’economista Nicholas Bloom dell’Università di Stanford dimostra che in estate la netta maggioranza dei lavoratori statunitensi, ossia il 42 %, ha usufruito del telelavoro, il 33 % era disoccupato e solo il 26 % era presente fisicamente sul posto di lavoro. Questo probabilmente non cambierà nel prossimo futuro: Google/Alphabet, ad esempio, ha ordinato ai suoi 200 000 dipendenti di lavorare da casa fino a luglio 2021. Facebook ha annunciato il telelavoro per metà dei suoi collaboratori per il prossimo decennio. Gartner, ricerca di mercato, ritiene che nel prossimo futuro, il 74 % di tutte le aziende statunitensi adotterà una forma di lavoro ibrida, in parte a domicilio e in parte in azienda.

Il telelavoro digitale offre un notevole potenziale di risparmio su pigioni e infrastrutture d’ufficio, ma espone le aziende al rischio di perdita di produttività degli impiegati dovuta alle maggiori distrazioni in telelavoro. La conseguenza: i dirigenti e i responsabili esigono un sistema di monitoraggio digitale.

Questo controllo va ben oltre la verifica dell’attività dei dipendenti con un aumento delle riunioni online tramite Zoom, Teams e altri software. La quantità e la qualità del lavoro è sempre più controllata mediante l’uso di programmi di monitoraggio digitale quali Hubstaff, InterGuard o Time Doctor, per citare solo alcuni degli oltre 70 prodotti e ditte, che sono in grado di registrare quanto viene digitato sulla tastiera, i movimenti del mouse o del touchpad, creare schermate regolari e scattare fotografie dei dipendenti in remoto con la fotocamera integrata o allestire un registro di tutti i programmi, applicazioni, messaggistica e attività del browser. Programmi come InterGuard classificano i dati sulle attività come improduttivi/produttivi e creano una classifica della produttività dei dipendenti, consultabile dai superiori in qualsiasi momento. Nelle loro presentazioni, tra gli scopi e gli obiettivi, i produttori indicano l’ottimizzazione dei processi, la gestione dei progetti, l’aumento della produttività o la protezione e la sicurezza dei dipendenti e dell’inventario aziendale. Basta poco per capire che molti lavoratori a distanza si sentano spiati da simili dispositivi di sorveglianza e monitoraggio e disturbati nella loro privacy. In azienda si accetta lo sguardo di ammonimento del capo in direzione della caffetteria, il colloquio trimestrale sulla performance nell’ufficio del dirigente, la registrazione in log delle attività svolte per un progetto. Ma quando il Grande Fratello bussa alla porta del dipendente in telelavoro, la questione cambia; per non parlare del delicato tema della raccolta dei dati personali

Addio alla privacy: i dirigenti e i superiori chiedono sistemi di sorveglianza digitali.
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Qui il problema è simile a quello delle applicazioni covid: nella zona grigia tra il tracciamento dei contatti in modo anonimo e quello individualizzato, vi è un limite nell’impiego dei dati ancora da definire. Basta pensare all’ingresso di Alphabet/Google nel sistema di assicurazione sanitaria; Verily, il reparto Life Sciences di Alphabet, recentemente ha lanciato l’assicurazione «Coefficient». Google, dispone della più grande raccolta di dati sugli utenti, e ha già ora potenzialmente accesso al comportamento sanitario degli assicurati. Google è anche proprietario dei braccialetti FitBit, che raccolgono parametri vitali e dati sanitari. Questo potrebbe favorire il monopolio di Google in ambito assicurativo e pubblicitario nel settore sanitario (l’UE ha recentemente avviato un’indagine a riguardo). Proprio nel settore sanitario, è evidente che lo sviluppo tecnologico e l’attuabilità precedono le autorità di regolamentazione e i legislatori.

Attualmente per legge i lavoratori a distanza non hanno voce in capitolo sulla verifica dei loro dati, almeno non negli Stati Uniti. Il relativo paragrafo della legge «Electric Communications Privacy Act» del 1986, riguardava l’impiego del telefono, non del computer. Oggi il datore di lavoro è autorizzato ad accedere in qualsiasi momento agli strumenti di lavoro dell’azienda. «Quando si lavora su un computer aziendale, non si ha alcuna privacy», commenta secco Lewis Maltby, presidente del National Workrights Institute, in merito alle criticità del media Alternet. La legittimità di queste misure cresce non appena le aziende rivendicano la tutela della proprietà fisica o intellettuale, l’ottimizzazione dei processi e degli interessi aziendali o la salute dei dipendenti. Ed ecco spalancarsi le porte virtuali che danno accesso al salotto di casa propria, perlomeno negli Stati Uniti.

In Svizzera la situazione è lievemente diversa: l’articolo 26, cpv. 1, dell’Ordinanza 3 concernente la legge sul lavoro, stabilisce che «Non è ammessa l’applicazione di sistemi di sorveglianza e di controllo del comportamento dei lavoratori sul posto di lavoro». Sono tuttavia possibili delle eccezioni, che in alcuni casi sono persino utili. Chi sviene nel congelatore di una grande macelleria sarà felice della presenza di un sistema di videosorveglianza digitale, mentre gli investitori approvano i sistemi di sicurezza IT quando ricorrono ai servizi delle imprese FinTech.

Vengono tuttavia impiegati anche sistemi di «gestione del tempo», in grado di monitorare i dipendenti fino alla violazione della privacy durante il telelavoro e i programmi citati, come Hubstaff, sono disponibili in Svizzera. A 10 dollari al mese per dipendente sono ottenibili «schermate illimitate», tracciamento di app, URL e presenza al computer. Il loro utilizzo segreto e illegale alle spalle degli ignari dipendenti in telelavoro non costituisce un vero problema in quanto, spesso, il datore di lavoro chiede direttamente il consenso al fine di ottimizzare i processi, aumentare l’efficienza e snellire la gestione dei progetti. E mentre nessuno può essere costretto ad acconsentire al monitoraggio della sfera privata e alla limitazione della libertà, alcune circostanze sono considerate un’opportunità. I ricercatori dell’Università di San Gallo concordano in questo senso: la raccolta di dati e i dati stessi non sono, di per sé, né positivi né negativi. Solo il loro uso o abuso determinerà se saranno visti come una manipolazione da «Grande Fratello» o un progetto comune, un’opportunità di apprendimento o uno strumento di sostegno, come ha riassunto Antoinette Weibel, professoressa di gestione del personale e responsabile di una piattaforma di ricerca presso la NZZ.

Se le collaboratrici e i collaboratori conoscono la modalità dei dati raccolti e lo scopo delle misure di gestione del tempo e del personale, possono fornire un contributo digitale che va oltre la produttività e l’efficienza. Creano un rapporto di fiducia nei superiori e nell’azienda e, anziché stress e diffidenza, generano valore aggiunto anche nel telelavoro.