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Giornate digitali 2020

Interconnessi... ...nelle reti

Chi può svolgere il proprio lavoro in modalità digitale è su un’isola felice, mentre gli altri sono esposti al rischio di povertà. Si impone un intervento a livello digitale.

Lontano dal coronavirus e da tutto il resto: l’isola privata Gladden Island al largo della costa del Belize è diventato un luogo di rifugio e di lavoro per i super ricchi.
gladdenprivateisland.com

Marc Neumann

Al più tardi dal 2013, dalla pubblicazione del libro di Thomas Piketty «Il capitale nel XXI secolo», è noto a tutti: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sono sempre più poveri e il ceto medio sta scomparendo. Le spiegazioni dell’economista francese relative al divario salariale e patrimoniale sempre più ampio rientrano praticamente nelle conoscenze di cultura generale. La teoria non è nuova: stando a uno studio dell’Enterprise Policy Institute, dal 1978 negli USA il reddito medio dei CEO è costantemente incrementato raggiungendo una progressione pari al 1000 % circa. Oggi un CEO guadagna in media 320 volte più di un impiegato.

Da quando è scoppiata la pandemia di Covid-19 è probabile che il fenomeno si sia ulteriormente accelerato. Mentre negli USA la pandemia è costata il lavoro a 40 milioni di persone, secondo i media, fino a inizio settembre i miliardari americani hanno guadagnato complessivamente ben oltre mezzo miliardo di dollari americani. Da un lato molti servizi tecnologici e modelli commerciali sono stati oggetto di una forte richiesta durante la chiusura generalizzata provocando un’impennata degli utili e del valore delle aziende. D’altro lato una parte dei 637 miliardi di dollari americani è stata stanziata come «stimulus money», ovvero fondi che mirano a rilanciare l’economia. La liquidità con cui i superricchi con molto contante hanno tenuto a bada la volatilità dei corsi azionari ha fatto il resto. L’1 % degli americani più ricchi detiene pur sempre quasi il 55 % dei titoli negoziati
sui mercati.

La crescente disparità socio-economica si rispecchia nell’immagine della ripresa a «K» di economia e mercato del lavoro dopo la crisi. Proprio ricalcando la sagoma della lettera, la crescita di alcuni settori economici è rivolta verso l’alto, mentre altri settori sono sempre in picchiata – e il divario salariale diventa più ampio. Ad avere una buona parte di responsabilità per questa evoluzione vi è l’aumento del telelavoro. In primavera l’annuncio della chiusura generalizzata – e quindi anche delle scuole – ha suddiviso vincitori e perdenti della crisi in base al criterio del telelavoro: chi può lavorare da casa risulta tra i vincitori, chi invece non ha questo privilegio figura tra i perdenti. I cosiddetti «knowledge worker» attivi in ambiti economici affini alla tecnologia, informatizzati e virtuali possono svolgere il loro lavoro basato sulle conoscenze da un ufficio casalingo. Gli impiegati di gastronomia, agricoltura, pesca o di aziende industriali e di produzione che lavorano senza sosta nel mondo reale perdono invece il proprio lavoro.

Jonathan Dingel e Brent Neiman, entrambi professori alla Booth School of Business dell’Università di Chicago, stimano che negli USA circa il 97 % dei servizi giuridici e l’88 % degli impieghi nell’amministrazione aziendale e nei servizi finanziari può essere svolto in regime di telelavoro. Per contro, solo il 3 % delle attività professionali nei trasporti, nell’agricoltura, nella pesca o nell’economia forestale può beneficiare di questa opzione. Il 37 % delle professioni che permettono il telelavoro registra inoltre salari più elevati ed  è perlopiù concentrato nei distretti industriali urbani e negli agglomerati. Chi, invece, non dispone dell’infrastruttura tecnica per allestire un ufficio a casa, ai tempi del coronavirus finisce in un circolo vizioso di sottosviluppo digitale. Secondo uno studio dell’Università di Stanford, negli USA, solo il 65 % delle economie domestiche è dotato di Internet a banda larga sufficientemente performante per permettere delle videoconferenze.

Quando si parla di telelavoro, un terzo delle persone attive ha poco di cui essere allegro. I «low skill, low wage worker» – lavoratori con scarso livello di competenze e salari bassi – spesso non dispongono del margine di manovra finanziario per passare al telelavoro o per migliorare l’infrastruttura informatica. Per contro, il coronavirus ha avuto un triplice effetto negativo sulle persone con redditi bassi e sulle minoranze come latinoamericani o afroamericani: oltre a tassi di infezione e di mortalità superiori a causa degli impieghi con salari bassi e in settori a elevato rischio, questi gruppi etnici registrano anche tassi di disoccupazione più elevati. Viene così a mancare la possi­bilità digitale per uscire con le proprie forze dalla crisi grazie al telelavoro. Il circolo vizioso digitale avrà effetti anche a lungo termine: la mancanza di Internet a banda larga e computer performanti frena sistematicamente il per­fezionamento professionale e la formazione scolastica della prossima generazione. Il divario della disuguaglianza socio-economica diventa perciò inesorabilmente più ampio.

Ben lungi da una situazione idilliaca: durante la crisi legata al coronavirus si è assistito alla distribuzione di alimentari in Svizzera.
Keystone

Il problema non si limita solo agli USA, si presenta anche nel resto del mondo. In Svezia e in Inghilterra, ad esempio, è stato possibile trasferire tra le mura domestiche oltre il 40 % dei posti di lavoro. In Messico o in Turchia questa opzione è stata per contro possibile in meno del 25 % dei casi. In tutto il mondo, meno del 50 % della popolazione possiede un computer e appena il 60 % ha accesso a Internet. È quanto ha accertato Era Dabla-Norris, economista presso il Fondo monetario internazionale (FMI), in uno studio dell’OCSE su 35 Paesi: «Una contabile in America conosce la tecnologia e non ha problemi a usare un computer da casa sua» spiega Dabla-Norris. «Per contro, una contabile in una piccola città indiana userà probabilmente ancora carta e penna e invece del computer userà delle schede contabili.»

Anche l’Europa non viene risparmiata dal divario sempre più ampio della disuguaglianza dovuta alla nuova cultura lavorativa digitale. In base alle ricerche di Juan Palomino dell’Università di Oxford svolte per 29 Paesi europei, anche alle nostre latitudini trova conferma la correlazione tra telelavoro e redditi più elevati. L’aumento dell’indice di povertà ammonta in tutta Europa tra 4,9 e 9,4 punti percentuali. Per le fasce di popolazione più povere ciò si traduce in un tasso di perdita dei redditi che può raggiungere il 16,2 %. A preoccupare maggiormente è il fatto che se prosegue la tendenza a favore del telelavoro diventerà ulteriormente più ampio anche il divario della disuguaglianza digitale ed economica.

Sono infatti molti gli indizi a conferma che il telelavoro diventerà una costante. Un sondaggio condotto dalla società di consulenza KPMG tra 1300 CEO di tutto il mondo ha rivelato che durante la pandemia vi era una netta maggioranza (80 %) a favore di piani di diffusione digitale. Al contempo, oltre due terzi dei dirigenti prevedeva una riduzione degli spazi adibiti a uffici.

Diverse multinazionali, tra cui Fujitsu e Siemens, hanno già annunciato di voler rafforzare il telelavoro in modo permanente. Pinterest, gigante dei social media, era disposto a versare 90 milioni di dollari per rescindere un contratto di affitto per una superficie di quasi 50 000 metri quadrati dichiarando di voler puntare, in futuro, sul lavoro da postazione remota.

In Svizzera queste rivoluzioni si possono percepire, ma sono meno evidenti rispetto a quanto accade nel resto del mondo. UBS, ad esempio, in un’intervista con il settimanale Handelszeitung ha affermato che un terzo dei collaboratori è in grado di lavorare da casa già dal 2009 – come reazione alla minaccia che a suo tempo rappresentava l’influenzasuina. Da allora la Svizzera, Paese che da sempre assume un ruolo di modello, ha adottato almeno in parte le misure necessarie. Il fatto che per molte aziende e lavoratori passare al telelavoro si sia rivelato più semplice rispetto a quanto accaduto in altri Paesi ha permesso di attenuare gli effetti più gravi della pandemia nel confronto internazionale. Anche per questa ragione gli analisti economici di Credit Suisse a settembre hanno presentato risultati contrastanti seppure con spiragli di speranza.

Altri Paesi farebbero carte false per annunciare tassi di disoccupazione che si aggirano attorno al 4 % come indicato dalle previsioni a medio termine fino al 2021. Le indennità in caso di lavoro ridotto hanno limitato il crollo dei redditi delle economie domestiche a una misura inferiore al 5 %, la previsione del PIL parte dal presupposto di una flessione del 4 % per il 2020. Al contempo, secondo il CS, durante la chiusura generalizzata le economie domestiche hanno risparmiato circa 8 miliardi di franchi, denaro che dopo l’allentamento delle misure è nuovamente confluito nel consumo favorendo così la ripresa economica.

Tuttavia anche in Svizzera i lavoratori con salari bassi e la popolazione migrante – e non da ultimo i loro figli – lottano per avere accesso alla nuova realtà offerta dal telelavoro. Inoltre si è visto che le donne potrebbero diventare le vittime nella nuova cultura lavorativa. La pressione di dover conciliare telelavoro, lavori domestici non retribuiti e assistenza a bambini e anziani verrebbe scaricata in misura superiore alla media sulle spalle delle donne. La conseguenza è che nella maggior parte dei casi sono le donne che durante la pandemia hanno dovuto frenare ambizioni di carriera e professionali rischiando in tal modo di perdere il contatto con il mondo del lavoro.

I primi studi pubblicati, come ad esempio quello di McKinsey Global dello scorso luglio, confermano questa impressione. Le pari opportunità professionali e sociali dei sessi hanno subito una battuta d’arresto durante la pandemia – non nonostante, bensì proprio per l’aumento del telelavoro! La riduzione delle uscite per la locazione e le infrastrutture per gli uffici, la riduzione di viaggi di lavoro e spostamenti, così come la riduzione delle spese di manutenzione e d’esercizio avranno effetti positivi sul bilancio aziendale. Vi saranno benefici anche per il bilancio ambientale. Probabilmente una parte dei processi e delle procedure aziendali può avvenire in modo più semplice ed efficiente nell’ufficio digitale di casa propria.

Le conseguenze sulle fasce di popolazione già economicamente deboli appaiono ciononostante serie. Per evitare che queste persone finiscano nel precariato si impongono iniziative nel settore dell’aiuto allo sviluppo digitale. In caso contrario aumenta il rischio che il divario digitale si allarghi ulteriormente – e con esso la disuguaglianza socio-economica. Attualmente non è ancora chiaro in che misura per la promozione dell’accesso a Internet e al telelavoro siano necessarie misure statali, non statali e private. Una cosa è certa: la soluzione di problemi legati alla disuguaglianza digitale può avvenire solo con una maggiore digitalizzazione. Se possibile prima che il divario raggiunga un punto di non ritorno.