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Giornate digitali 2020

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Giornate digitali 2020

«Doveva funzionare e dunque ha funzionato»

Il cancelliere della Confederazione Walter Thurnherr è responsabile della strategia «Svizzera digitale».
Di cosa si tratta? In quali ambiti la Svizzera deve recuperare terreno? E cosa c’entrano in tutto questo Dio, un sarto e un paio di pantaloni?

In veste di incaricato alla digita­lizzazione cosa ha pensato quando è trapelato che presso l’UFSP per determinare i casi di Covid-19 si pesavano i fax sulla bilancia?

Stando alle mie informazioni, in seno all’UFSP i casi positivi – contrariamente ai molti casi negativi – sono sempre stati contati e non pesati. La consapevolezza che nel settore sanitario sia imperativo recuperare terreno in termini di digitalizzazione è tuttavia emersa già molto prima della crisi legata al Covid. Al più tardi al momento della discussione legata alla cartella informatizzata del paziente si è capito quanti attori in questo settore comunicano ancora via fax.

Cos’ha pensato invece quando il Parlamento ha interrotto la sessione primaverile durante il picco della crisi legata al coronavirus? Aziende e scuole universitarie sono riuscite a organizzarsi con uffici e aule virtuali.

Occorre precisare che tenere una lezione in streaming è ben diverso dall’organizzare una sessione digitale del Consiglio nazionale e degli Stati che consideri i vari punti in programma come eliminazione delle differenze, paragrammi in costante mutamento, sedute di commissione, votazioni a scrutinio segreto e conferenze di conciliazione. Nel frattempo, sono tuttavia state presentate diverse iniziative parlamentari. Parlamento e Servizi del Parlamento dovranno perciò affrontare il tema delle sedute virtuali.

Lei sfrutta la possibilità del telelavoro? Esiste una regolamentazione a questo proposito in seno alla Confederazione?

Si, ma solo durante il fine setti­mana. In primavera abbiamo potuto permettere a un gran numero di collaboratori di lavorare da casa, ciò è stato di grande aiuto. Per rispondere alla seconda domanda: no, per fortuna non esiste una regolamentazione rigida valida per tutta l’Amministrazione federale. In questo ambito ci si dovrebbe affidare al buonsenso e alla particolare situazione lavorativa dei servizi interessati.

La crisi legata al coronavirus ha dato una vera e propria spinta alla digitalizzazione. In quali ambiti l’Amministrazione ha fatto i maggiori progressi?

La spinta alla digitalizzazione è avvenuta in primo luogo nella testa delle persone. Doveva funzionare e dunque ha funzionato. A volte ha funzionato addirittura meglio di prima. Dal punto di vista tecnico in brevissimo tempo sono state moltiplicate le capacità per accedere ai sistemi. Sono inoltre state messe a disposizione nuove applicazioni Internet la cui introduzione avrebbe altrimenti richiesto mesi.

Dove individua ancora molto margine di miglioramento?

Dal punto di vista giuridico, in sostanza l’Amministrazione federale è ancora organizzata come un secolo fa. Di fatto i presupposti – e con essi anche le forme di collaborazione – all’interno dell’Amministrazione sono tuttavia mutati in modo radicale. I principali temi, problemi e processi – sicurezza, ambiente, politica europea, politica estera in generale, politica finanziaria, ecc. – oggi non si limitano a un solo Dipartimento e non possono più essere elaborati esclusivamente in uno dei sette bacini. La digitalizzazione offre in particolare l’opportunità di strutturare i processi interdipartimentali e di elaborarli in modo efficiente, di suddividere meglio le conoscenze a livello federale, di collegare le applicazioni specifiche e di offrire i servizi in modo più rapido ed esaustivo ai clienti finali, ovvero a cittadini, aziende, ecc. Da questo punto di vista vi è ancora molto da fare. A breve termine dobbiamo ridurre gli iter decisionali in seno all’Amministrazione affinché sia possibile chiarire nel modo più rapido e competente possibile il gran numero di domande e problemi.

Chi prende come esempio da seguire?

Presso le nostre università, nell’economia e nelle amministrazioni di altri Paesi lavorano persone brillanti. Abbiamo molti contatti e cerchiamo di imparare gli uni dagli altri.

Ritratto

Il cancelliere della Confedera­zione Walter Thurnherr (56) è responsabile del centro di competenze della Confederazione per la trasformazione digitale.

Thurnherr è cresciuto a Wohlen AG e ha studiato fisica teorica al Politecnico di Zurigo. Prima della sua nomina a cancelliere della Confederazione nel dicembre 2015, l’esponente PPD è stato dapprima diplomatico (tra cui anche a Mosca) e segretario generale in seno a tre Dipartimenti diversi: al Dipartimento degli affari esteri (DFAE), al Dipartimento dell’economia e al Dipartimento dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC).

Vive con la moglie e due figli a Sigriswil BE, sul Lago di Thun.

Come giudica lo stato digitale del Paese?

In fin dei conti non è poi così male. Per quanto riguarda l’infrastruttura digitale siamo ben posizionati. Dobbiamo tuttavia prestare attenzione affinché in seguito alla rapida crescita di dati e dei requisiti posti alla trasmissione dei dati non vada dimenticato il necessario potenziamento. Per quanto riguarda l’e-government, la situazione potrebbe naturalmente essere migliore, ma grazie al nostro sistema federale analogico e prossimo ai cittadini non abbiamo pressioni in termini di necessità di agire. Al momento l’introduzione dell’E-ID è sicuramente una priorità. Per quanto riguarda invece la cibersicurezza dobbiamo recuperare terreno, proprio come altri Paesi. In generale molti svizzeri sfruttano le possibilità offerte dalla digitalizzazione. La crisi legata al coronavirus ha mostrato che questo può essere un fattore decisivo.

Dal 1° gennaio 2021 il Centro di competenze per la digitalizzazione della Confederazione sarà integrato in seno alla Cancelleria federale. Qual è la sua visione della Svizzera digitale?

La digitalizzazione è la conseguenza di uno sviluppo tecnologico a livello mondiale. La Svizzera dovrà decidere come intende sfruttare questo sviluppo. Lo farà a suo modo, com’è giusto che sia. La mia visione personale concerne piuttosto questo processo e non tanto il risultato finale. Per i miei gusti i necessari dibattiti potrebbero infatti avvenire con toni più pacati. Negli ultimi due-tre anni le discussioni hanno in parte assunto i toni aspri di una lotta di ideologie. Avere delle convinzioni è giusto, ma si dovrebbe saperle motivare in modo convincente. In fin dei conti anche in questo caso vale il detto: «The holier the cause, the more devilish the end».

Quali sono le principali sfide della trasformazione digitale?

La sfida consiste nel prendere per tempo le decisioni. Per molte questioni relative alla digitalizzazione è possibile e occorre prendersi del tempo. Per quanto riguarda la cibersicurezza, ma anche per determinate innovazioni o per la creazione di condizioni quadro che permettono le innovazioni, si può però anche arrivare troppo tardi e questo ritardo può costare caro in termini economici. È difficile determinare una priorità di cui non ci si pentirà in un secondo momento.

Dica la verità: non ha l’impressione che vada tutto troppo per le lunghe?

Sì e no. Naturalmente auspico che in alcune situazioni si pigi sull’acceleratore. D’altra parte, forse lei conosce la storia del sarto che fa aspettare per settimane un cliente prima di consegnare i pantaloni ordinati. Quando il cliente spazientito ricorda al sarto che Dio ha creato il mondo in solo sette giorni; il sarto risponde: «Ma, caro signore, guardi bene in che mondo viviamo, e poi guardi i suoi splendidi pantaloni!». In Svizzera molte cose richiedono più tempo, ma alla fine il risultato è niente male.

Oltre un cittadino su due non vuole installare l’app SwissCovid per questioni di protezione dei dati. Comprende i timori?

È una giustificazione quantomeno bizzarra se queste persone sono al contempo attive su piattaforme che – è risaputo – raccolgono ogni tipo di dati. Per come la vedo io nell’app SwissCovid la protezione dei dati è stata attuata egregiamente.

Il suo account di Twitter conta molti contenuti decisamente «da nerd». Come le è venuta l’idea?

Sul mio account di Twitter condivido quasi esclusivamente link e indicazioni relative a questioni di natura matematica o fisica. Spesso li trovo più divertenti e interessanti della politica. Sovente la politica è anche più difficile da comprendere.

Ritiene che per quanto riguarda i social media prevalgano gli aspetti positivi o negativi?

Nonostante tutto credo gli aspetti positivi. È indubbio che i media sociali polarizzano la società. Rendono inoltre dipendenti. Sulle piattaforme è l’umore del momento a farla da padrone e non le riflessioni. I media sociali sfruttano i nostri punti deboli con degli algoritmi estremamente complessi per catturare la nostra attenzione e far incrementare ulteriormente le entrate pubblicitarie.  Lo si può osservare anche in Svizzera: il numero di utenti con l’autostima di un pantofolaio che giudicano due volte al giorno il mondo, la nazione e i vicini virtuali è nettamente aumentato anche nel nostro Paese. Ma le piattaforme sociali trasmettono anche molte nuove visioni. Collegano ad esempio persone che altrimenti difficilmente si sarebbero incontrate. Queste piattaforme vengono usate con successo per comunicare problematiche e sviluppi importanti e per molte persone – si pensi solo al Terzo Mondo – rappresentano un incredibile progresso e la porta per accedere a sapere e perfezionamento professionale.

Secondo lei Facebook e le altre reti sociali andrebbero smantellate?

La dominanza delle piattaforme digitali globali fa naturalmente riflettere. A causa degli effetti delle reti, per i nuovi contendenti è molto difficile sfidare gli attori esistenti. Una regolamentazione potrebbe o dovrebbe però essere attuata a livello internazionale. Forse vi saranno anche sviluppi tecnici che faranno vacillare la supremazia dei giganti in un colpo solo.

Ben connesso: il Cancelliere federale Walter Thurnherr nel suo ufficio all’interno del Palazzo federale.
Gerry Nitsch

Trump è intervenuto in modo radicale nel social cinese TikTok, la Ruag è stata vittima di un attacco hacker russo: in futuro come riuscirà la Svizzera ad affermarsi nel ciberspazio?

Le imprese svizzere subiscono ogni giorno attacchi da ogni parte del mondo. Riuscire ad affermarsi diventerà un compito di tutti i giorni. Non esiste una ricetta semplice. La collaborazione con la ricerca e con altri Stati potrebbe però fare la differenza.

I processi politici in Svizzera sono sufficientemente stabili per resistere alla disinformazione mirata proveniente dall’estero? Oppure semplicemente non siamo abbastanza interessanti per le potenze straniere?

Il nostro sistema politico ha il vantaggio di essere organizzato in modo molto federalista. Influenzare le elezioni del Consiglio nazionale dovrebbe risultare difficile. Per contro non escluderei a priori che prima di una votazione anche nel nostro Paese si tenti di intossicare il contesto con notizie fasulle. Come è noto, le bugie più pericolose sono le verità leggermente distorte. Tali verità possono senza dubbio essere fatte circolare anche in Svizzera.

Per gli aerei da combattimento abbiamo votato alle urne o per corrispondenza. Per quale ragione in Svizzera non si riconosce alcun progresso per quanto riguarda il tema dell’e-voting?

Quando si parla di e-voting deve avvenire una ponderazione accurata. La sicurezza ha la priorità sulla velocità dell’introduzione. Attualmente stiamo riorganizzando l’esercizio dei test. La Confederazione impone volutamente standard elevati. Finora manca ancora un sistema che risponda ai requisiti posti.

La digitalizzazione divide o unisce la società?

Entrambe le cose. Unisce gli uni e divide gli altri. Ma non è grave. Il problema sorge solo quando singole persone credono di doversi scontrare senza ritegno con chi la pensa diversamente. Ma questo ha più a che vedere con i valori di una persona che non con il resto. Un tempo Georg Lichtenberg ha detto: «Un libro è uno specchio. Se ci si guarda una scimmia, quella che compare non è evidentemente l’immagine di un apostolo.» Lo stesso vale per Internet.

Qual è la sua speranza più grande per quanto riguarda la digitalizzazione?

Spero che si colgano le occasioni. Che non ci si limiti a guardare, ma che si partecipi attivamente alla creazione. A mio modo di vedere la Svizzera può dare un contributo credibile anche a livello interna­zionale.

Qual è invece il suo timore più grande?

È davvero preoccupante il fatto che per molte persone – e non solo giovani – attualmente la paura più grande di emarginazione è rappresentata dalla perdita del proprio cellulare. Alcuni secoli fa era la scomunica, oggi è il mancato accesso a Internet. In questo contesto occorrerebbe orientarsi maggiormente alle realtà tangibili della vita per vedere con i propri occhi che non vi sarebbero grandi ripercussioni.

Cosa continua a fare in forma analogica?

Leggere libri, parlare con gli amici e mangiare millefoglie.

La sua app preferita?

«VoteInfo», l’app della Cancelleria federale con le informazioni relative alle votazioni. «Swisstopo» dell’Ufficio federale di topografia e «MeteoSvizzera» sono altre due applicazioni che uso molto spesso.

Ha aiutato Ueli Maurer a installare l’app SwissCovid?

Lei non ha capito le intenzioni del Consigliere federale Maurer. È una vecchia volpe e sapeva esattamente cosa fare per aumentare la notorietà dell’app SwissCovid.