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«La pandemia cambia le cittá in meglio»

L’urbanista Fabienne Hoelzel in merito agli effetti positivi della pandemia sulle nostre città; i piani per un sistema sotterraneo di consegna merci e il significato della mascherina per l’area urbana.

Gerry Nitsch

Peter Hossli

Signora Hoelzel, dove si sente a casa?

Chiaramente in città.

In cosa si differenzia un abitante della città?

Apprezza confrontarsi di continuo con gli altri e con le novità – e dunque fare i conti con sé stesso.

Le piace la città perché è sinonimo di attriti e contrasti?

Attrito sì, ma conflitto perpetuo no: sarebbe troppo stressante. In città si incontrano sempre nuovi stili di vita. Si vede e si sente molto, assorbiamo tanto e c’è uno scambio reciproco. È l’enorme densità a contraddistinguere la città.

L’alta densità è considerata pericolosa a causa del coronavirus. Ci si può contagiare e il virus può essere mortale. La città decade?

Al contrario, abbiamo l’opportunità di rafforzare la città. Durante la pandemia non si poteva viaggiare, né andare in ufficio o al cinema, né assistere a concerti. Siamo rimasti a casa, connettendoci digitalmente. Abbiamo così riscoperto e sfruttato meglio i nostri quartieri. Il coronavirus ha reso le città più abitabili, poiché ci siamo accorti di quanto abbiamo bisogno della città.

Che cos’è una città «più abitabile»?

È quando ci si sente bene a casa. Quando disponiamo di spazi da poter animare e quando nascono spazi liberi.

Lei vive a Zurigo e Stoccarda, ha abitato e lavorato a Lagos in Nigeria e San Paolo in Brasile, vere e proprie metropoli. Dallo scoppio della pandemia osa ancora avventurarsi nelle grandi città?

Certamente, ma me lo impediscono le restrizioni di viaggio. Lagos è chiusa. Se posso, visito le grandi città. Di recente sono stata a Monaco. Lì ora c’è l’obbligo della mascherina anche all’aperto. Obbligo che approvo: poiché con la mascherina, l’alta densità e gli incontri sono di nuovo possibili. La mascherina salva la città.

Ritratto

Fabienne Hoelzel, 44 anni, ha studiato architettura al Politecnico di Zurigo e a New York. Oggi è professoressa
di progettazione e urbanistica presso l’Accademia statale delle arti figurative a Stoccarda.

L’argoviese è inoltre fondatrice e direttrice dell’ufficio di pianificazione e design Fabulous Urban, che da Zurigo gestisce progetti di piani urbanistici a San Paolo, Brasile, e Lagos, Nigeria.

Per ora i soccorsi non sono ancora arrivati. Le città sono particolarmente colpite. New York ospita il 3  % della popolazione USA, ma registra il 19  % dei decessi per Covid-19. A Parigi, Londra o Mumbai il quadro è simile.

All’inizio ho pensato che le grandi città avrebbero perso attrattiva. C’era molto risentimento verso la città, urbano era diventato sinonimo di spauracchio. Ma l’interazione sociale e lo scambio di conoscenze di qualsiasi genere sono ciò che ci rende umani. E questo avviene nell’area urbana. La città è l’essenza della società.

La città è fatta di luoghi affollati, luci, musica, cinema, ristoranti e negozi. Durante il lockdown con internet è scomparso quasi tutto. Non fa infatti differenza andare online dalla città o dalla campagna.

Il trasferimento non è però totale. I processi si sovrappongono. Dalle sovrapposizioni nasce sempre qualcosa di interessante. Il Covid ha però ridotto ulteriormente un comparto già in difficoltà: il commercio al dettaglio, messo a dura prova dalla pandemia.

I vincitori del Covid sono i commercianti online, i piccoli negozi tirano a campare. Una città senza commerci è ancora una città?

Non tutto è bianco o nero. Anche senza il commercio la città resta un luogo produttivo. Se tutti lavorano da casa, è comunque produttivo. I negozi chiudono, ma si schiudono nuove opportunità.

Con la chiusura dei negozi i pianterreni vengono abbandonati!

Non necessariamente. Se l’auto sparisce dalla città, i pianterreni acquisiscono una nuova rilevanza: vi si può abitare o lavorare.

L’obiettivo di una buona urbanistica è la città dei 15 minuti: tutto deve essere a un quarto d’ora a piedi. Ma comprando tutto online, questo obiettivo non è più possibile.

Sì, ma in altri ambiti le distanze sono state fortemente ridotte. Giriamo in città a piedi e in bicicletta anziché in bus, ravvivando i quartieri. Con Zoom ci portiamo il mondo in casa. Senza volare, senza perdite di tempo, con la comunicazione digitale superiamo qualsiasi distanza.

Lo shopping online necessita di più servizi di consegna, più parcheggi, e forse un giorno di droni. Come deve prepararsi la città?

È una delle domande fondamentali della nostra disciplina. Le soluzioni sono ancora vaghe. È chiaro che il materiale d’imballaggio va diminuito, i resti ridotti al minimo e le consegne devono forse diventare più piccole; occorrono più consegne just-in-time con veicoli di dimensioni inferiori. L’ideale sarebbero gli hub locali, dove sorgono interazioni sociali. In Svizzera si pensa alla consegna di merci sotterranea …

... gli svizzeri sono bravi a scavare tunnel e buchi ...

... esatto, non è da escludere. Togliamo il manto stradale per posizionare o riparare condutture. Sarebbe dunque possibile costruire sottoterra un ulteriore sistema di distribuzione. Inoltre, credo che nel prossimo futuro saremo in grado di stampare piccoli oggetti d’uso comune da casa con la stampante 3D.

Intervista fra le mura domestiche: Fabienne Hoelzel accoglie il giornalista Peter Hossli al tavolo della sua cucina.
Gerry Nitsch

Dice che sono gli incontri a rendere tale una città. Da anni però ci incontriamo in chat e ora tramite Zoom. La città reale si differenzia ancora dalla città digitale?

È una questione d’età. Per gli odierni 15-16enni questi spazi hanno perso la loro connotazione: non fanno più distinzione tra incontri sociali digitali o reali.

La città è fatta anche di flirt, ma il cellulare li ha eliminati.

Non è così semplice. Al weekend si organizzano ancora grigliate. Ne derivano poi storie su Instagram. Il cellulare non distrugge, bensì sposta e sovrappone i processi. Si può pulire l’appartamento e partecipare al contempo a un’importante riunione con gli AirPods.

Il Covid ha causato un salto digitale. Lavoriamo di più in telelavoro, i nostri figli seguono lezioni a distanza.
Ciò cambierà per sempre la città?

Sono spesso le decisioni strutturali a cambiare una città. Se una strada è chiusa al traffico, le persone usano relativamente in fretta questo nuovo spazio in altro modo. Lo stesso vale per la digitalizzazione. Lavoriamo da casa e constatiamo che i concetti abitativi borghesi non funzionano più.

Intende mangiare qui, dormire lì e giocare là?

Esatto, non funziona più così. Dobbiamo costruire appartamenti con spazi multiuso.

Con letti a scomparsa, affinché si possa dormire e lavorare nello stesso locale?

Ad esempio. Stiamo svolgendo questa intervista al tavolo dove io lavoro, mangio e a volte ospito amici. La digitalizzazione ha accelerato questa evoluzione. Un laptop può essere messo ovunque, con l’iPhone posso usare Zoom dappertutto. Tutto si sovrappone. Si lavora, mangia e gioca qui, la densità di utilizzo si moltiplica.

Durante il lockdown sono diminuiti i passeggeri nei trasporti pubblici urbani e suburbani. I trasporti pubblici sono un pilastro portante per lo sviluppo della città. Che cosa succederebbe se scomparissero?

All’inizio ero molto preoccupata. La mascherina ha attenuato la situazione. Ma è vero, si va più in bici e auto, il che per la città è sia un bene che un male.

Le città devono ora costruire strade più larghe e più piste ciclabili?

No, dato che l’auto sparirà dal centro città. Che cosa succederà allora – e lo stravolgimento sarà pazzesco – va da sé. Le persone ravvivano automaticamente lo spazio. Spesso nella pianificazione urbana bastano poche decisioni coraggiose e la città già cambia, in meglio. Eliminare l’automobile sarebbe audace e stravolgerebbe la città più del Covid o di Zoom.

In un saggio ha sostenuto che abbiamo molto da imparare dalle favelas – ossia dall’abitare e vivere in spazi densamente edificati. La premessa del coronavirus è invece la distanza. Sono finiti i tempi dell’abitare in aree ad alta densità?

La questione è come noi strutturiamo l’abitare in zone ad alta densità. Se ho un bel balcone, funziona, senza balcone o altro spazio esterno rapidamente raggiungibile è difficile. Basti pensare alle metropoli asiatiche, dove le persone vivono da tempo ammassate con la pandemia. Per questo portano la mascherina. La mascherina potrebbe rimanere nelle nostre città.

A meno che non ci si trasferisca di più nelle aree rurali. Il coronavirus ha risvegliato una nuova voglia di campagna. Con il telelavoro e le lezioni a distanza è fattibile. L’espansione urbana rischia ora di aumentare?

Le nostre leggi non lo consentono e un vero e proprio trend non si delinea. Le persone non vogliono vivere sole nella loro casetta. Segnerebbe la fine della società. Vogliamo musei dell’arte, università, librerie e bar. E quest’offerta è in città.

Gli incontri sono possibili tramite Zoom o nell’osteria di paese.

Sì, ma con un’intensità diversa.

Lavorando di più da casa occorrono meno superfici adibite ad uffici. Che cosa succederà agli edifici adibiti a uffici?

Li convertiremo in immobili residenziali o saranno destinati ad altro uso collettivo. Si ridurrebbe così la carenza di appartamenti in città.

Negli ultimi 20 anni la Svizzera ha apportato un tocco mediterraneo alle sue località urbane, come Zurigo, Basilea e Berna. Caffè, negozi e zone pedonali. Sparirà tutto se ordiniamo su Uber Eats e Eat.ch?

No, poiché è enorme il bisogno di scambi sociali e vicinanza umana. Come dimostra la riapertura delle discoteche. L’afflusso di persone è stato immediato. Il desidero di incontrarsi era tangibile.

Il Covid ha dimostrato che le città devono essere resilienti alle crisi. Com’è possibile?

Le città sono forti se sono a composizione eterogenea. Quanto più monofunzionale è una città, tanto più vulnerabile sarà alle crisi. Se un quartiere ha solo edifici adibiti a uffici, durante un lockdown è tutto vuoto. Una buona città – e dunque una città ampiamente resiliente alle crisi – è a composizione eterogenea.

E come si può raggiungere questa eterogeneità?

Con leggi che consentano una destinazione d’uso più flessibile. Lo sviluppo della città è avvolto in un corsetto troppo stretto.

Il Covid potrebbe cambiare questa realtà?

La maggiore libertà è un mio grande auspicio. Ne potrebbero derivare nuove cose. Strutturiamo troppo, anziché lasciarci andare. Lo spazio libero motiva le persone, le rende creative.

Ma gli svizzeri saprebbero gestire questo spazio libero? Da quando esistono le norme municipali ci basiamo sui regolamenti.

Dove c’è l’acqua, ad esempio alla Sechseläuten­platz di Zurigo, nei giorni caldi le persone si rinfrescano alla fontana, senza che nessuno abbia mai detto loro di farlo. La crisi ci ha reso innovativi. Posiamo una sedia in strada e ci sediamo a leggere un libro. Sistemiamo il nostro laptop ovunque e lavoriamo.

Questa discussione diventerà obsoleta quando sarà disponibile un vaccino – o la città cambierà effettivamente?

La pandemia trasforma le città per sempre, in positivo. Molte persone hanno iniziato ad andare in bicicletta. Chi comincia ad usarla in giro per la città non smette più. E molti si sono accorti che Zoom può sostituire i voli. Non resterà così estremo come adesso, ma le radici hanno attecchito.

La crisi legata al coronavirus è un test per una vita migliore in città?

Abbiamo constatato che il telelavoro ha dei vantaggi, non quotidianamente, ma magari due giorni la settimana. Di colpo vediamo in maniera diversa la nostra abitazione e abbiamo voglia di investire.

Allora è ottimista riguardo alla città?

Almeno è sparito il pessimismo iniziale dettato dal Covid.