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Lavori ancora o hai trovato il giusto equilibrio?

Spesso il telelavoro è andato oltre quanto avremmo auspicato all’interno delle nostre quattro mura. Non dovremmo comunque rifiutarlo a priori.

Shutterstock

Par Claudia Riedel

Durante la videoconferenza i colleghi, anche quelli che non avremmo mai invitato a casa nostra, entrano nel nostro soggiorno. Improvvisamente, per telefonare con il superiore andiamo in camera da letto perché è l’unico punto in cui non si sentono le grida dei bambini. Durante la chiusura generalizzata i confini tra vita professionale e vita privata sono diventati più fluidi. L’immagine romantica del telelavoro è svanita: invece di dormire di più e lavorare di meno è avvenuto l’esatto contrario, abbiamo lavorato di più e dormito di meno. 

Martin Kleinmann è professore di psicologia del lavoro e delle organizzazioni all’Università di Zurigo. Durante le dieci settimane di chiusura generalizzata, con il suo team ha intervistato ogni settimana oltre 1000 persone in merito alla loro esperienza con il telelavoro. Risultato: le persone hanno affermato di aver lavorato più del solito durante questo periodo, ma di essere state meno produttive. «Ciò è naturalmente molto frustrante» spiega Kleinmann. Anche in termini di salute le persone interpellate erano meno in forma durante il regime di telelavoro. Avevano la sensazione di non avere energia e lamentavano un numero «significativamente maggiore» di disturbi fisici come ad esempio dolori alla schiena. Si sentivano inoltre sole, dormivano peggio e segnalavano un maggior numero di conflitti.

Queste percezioni negative sono dovute in parte alle circostanze particolari. Il coronavirus non ci ha concesso un periodo di adattamento, si è trattato piuttosto di una vera e propria fuga verso il telelavoro. A casa ci siamo trovati davanti a schermi troppo piccoli, familiari troppo rumorosi, collegamenti VPN mancanti e processi di lavoro non definiti. A tutto questo si è aggiunta anche l’insicurezza economica e sociale. È quanto emerge anche dai risultati dello studio: nel momento esatto in cui l’Ufficio federale della sanità pubblica ha reso noto l’allentamento delle misure contro il coronavirus, chi era in regime di telelavoro ha ripreso a dormire meglio. «Questa causalità è emersa in modo molto evidente» afferma Kleinmann. Nonostante tutte le avversità, le persone interpellate hanno riconosciuto anche gli aspetti positivi del telelavoro. Il lavoro ha avuto un impatto meno negativo sulla vita familiare. Per molti il tempo risparmiato per il tragitto casa-lavoro è stata una benedizione proprio come le conferenze più brevi. In generale è stato apprezzato il rallentamento dei ritmi frenetici. Per Kleinmann è perciò chiaro che «il telelavoro ha molto più da offrire rispetto a quello che abbiamo visto finora». Dobbiamo però prima imparare a gestire i vantaggi.

Chi lavora regolarmente in regime di telelavoro dovrebbe disporre di un’infrastruttura adeguata. In termini di salute è sempre sensato distinguere tra sfera privata e lavorativa. Una separazione in locali ben distinti aiuta a staccare la spina. Portarsi il laptop
a letto non è dunque una buona idea. «La transizione da attività a riposo è fondamentale», afferma Urs Blum, co-responsabile del Centro Human Resources, Development e psicologia dello sport e docente di psicologia del lavoro e delle organizzazioni all’Università di Scienze applicate di Zurigo (ZHAW). «Chi lavora al tavolo di cucina, la sera dovrebbe sistemare tutto lasciando così spazio alla vita privata.»  Nel caso ideale si dispone però anche a casa di una postazione di lavoro fissa ed ergonomica.

Sopra in tenuta «da ufficio», sotto in tenuta «da casa»: la scienziata statunitense Gretchen Goldman ha pubblicato su Twitter queste foto della sua intervista alla CNN.
Twitter

Il telelavoro cambierà inevitabilmente l’infrastruttura nelle aziende. Forme di organizzazione non territoriali come desk sharing o uffici non fissi, da tempo fanno parte della quotidianità. A lungo termine il telelavoro ridurrà gli spazi destinati a uffici. Il rofessore universitario Kleinmann è convinto che «è illusorio pensare di poter lavorare da casa mantenendo la propria scrivania in ufficio.». Le aziende sono chiamate a riflettere sulle ripercussioni che la nuova situazione avrà sui propri immobili.

Affinché il telelavoro non influisca troppo sulla nostra vita privata dobbiamo stabilire quali sono le nostre necessità. Degli ausili tecnici possono aiutare a proteggere la sfera privata. Ad esempio, dei programmi che durante le videoconferenze fanno apparire lo sfondo sfocato, proteggendo così dagli sguardi indesiderati dei colleghi. Stabilire chiare condizioni quadro è però ancora più importante: «Non basta prevedere semplicemente l’opzione del telelavoro nel regolamento del personale», spiega il docente della ZHAW Blum.

«È importante che entrambe le parti coinvolte comunichino esigenze e aspettative.» Quando devo essere raggiungibile? Con che frequenza devo contattare i clienti o il mio superiore? Devo comunicare che mi assento per andare a fare la spesa? Il telelavoro può funzionare a lungo termine solo se i presupposti sono ben definiti. «In caso contrario avrò sempre la coscienza sporca se mi occupo di una questione privata» precisa il professor Kleinmann. «Ciò porta immancabilmente a stress e insoddisfazione.» Occorre trovare una nuova forma di organizzazione senza dimenticare di considerare anche la direzione.

La storia dimostra che siamo in grado di evolverci. Dalla società agricola siamo passati alla società industriale diventando oggi una società di servizi. Dal punto di vista della psicologia del lavoro si è sempre pensato che tutto sarebbe rimasto come nella situazione attuale. «All’avvento dell’industrializzazione era inimmaginabile che i lavoratori potessero avere voce in capitolo» spiega il docente della ZHAW Blum. «Ai tempi della catena di montaggio era irrilevante chi svolgeva il lavoro.» Poi però la concezione delle persone è cambiata. Si è iniziato a coinvolgere i collaboratori e a ottimizzare il loro contesto lavorativo. È bastato poco tempo per riconoscere l’importanza di questo coinvolgimento. Blum spiega: «Gli effetti parlano chiaro: maggiore margine di manovra porta spesso a un maggiore impegno.»

Il fatto che stiamo andando verso l’autogestione ne è la conseguenza logica. Esistono tuttavia aziende che sorvegliano i propri collaboratori addirittura in regime di telelavoro, controllando ad esempio quando si collegano o quanto tempo trascorrono al telefono. Per gli esperti non si tratta di una buona soluzione. Blum spiega: «Se il lavoro è orientato alla presenza ci saranno sempre delusioni.» Sarebbe invece più sensato fissare accordi sugli obiettivi per un determinato periodo. Questa soluzione porta benefici a entrambe le parti.

L’effetto del telelavoro sulla singola persona dipende tuttavia dalla rispettiva personalità. Occorre distinguere tra due tipi di persone: chi è propenso alla separazione e quindi tira un confine tra vita professionale e vita privata, e chi è invece propenso all’integrazione e non distingue tra lavoro e vita privata (vedi riquadro). Le persone propense all’integrazione non avranno problemi con il telelavoro. Dovranno solo prestare attenzione affinché il lavoro non prenda il sopravvento. Le persone propense a una netta separazione incontreranno invece più difficoltà.

In un primo momento questo modello di lavoro è infatti all’opposto delle proprie esigenze. Può però funzionare anche per questa tipologia di persone, basta sviluppare delle strategie per separare vita privata e lavorativa anche tra le proprie quattro mura. Il telelavoro rappresenterà invece una vera sfida per chi soffre di procrastinazione, ovvero chi rimanda sempre il lavoro da fare.Come spiega Martin Kleinmann «a queste persone serve un controllo sociale e reagiscono solo a stimoli esterni», ad esempio se passa il superiore. L’autogestione li porta rapidamente ai propri limiti. «In questi casi basta poco per far nascere dei conflitti».

La cura dei rapporti interpersonali rappresenta la grande sfida del regime di telelavoro. Il saluto al mattino, la breve chiacchierata davanti alla macchina del caffè o le battute nei corridoi: a casa non si ha niente di tutto questo. «Queste brevi interazioni necessarie nella vita quotidiana sono difficili da mantenere a livello virtuale» spiega Kleinmann. «Non chiamo il collega apposta per chiedergli come ha trascorso il fine settimana.» Inoltre, al telefono si hanno più scrupoli ad affrontare questioni private. Blum aggiunge: «Non si vuole far perdere tempo prezioso al collega.»

Anche se ci si ritaglia in modo consapevole del tempo per curare i contatti sociali, non sarà mai la stessa cosa. «Gli incontri virtuali con il team sono piacevoli, ma non riusciranno mai a sostituire i rapporti interpersonali.» Kleinmann spiega che anche i conflitti si possono risolvere molto meglio di persona. «Se abbiamo di fronte qualcuno possiamo infatti percepire tutti i segnali, anche quelli non verbali.» Lo psicologo del lavoro propone perciò di continuarea incontrare il team, nel caso ideale almeno una volta a settimana.

Secondo Kleinmann «per il mondo del lavoro la crisi legata al corona-virus rappresenta un immenso esperimento a cui non ci saremmo mai sottoposti di nostra spontanea volontà.» Dopotutto è stato sorprendente come abbia funzionato bene. Per questa
ragione gli esperti sono unanimi: la crisi legata al corona-virus darà un’ulteriore spinta al modello del telelavoro. Le basi sono state gettate.