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Piovra & Co.

I giganti di Internet Google, Amazon, Facebook e Apple (GAFA) vincolano sempre di più noi e i nostri dati alle loro piattaforme. Miglior servizio vs. libertà personale?

Imago

Par Marc Neumann

S

olo volare è più bello», lo slogan pubblicitario di Opel del 1968 non corrisponde più alla realtà dettata dalla crisi legata al coronavirus. Frontiere chiuse, quarantena e il timore di contrarre il nuovo coronavirus hanno decisamente fatto passare la voglia di decollare ai viaggiatori – rovinando gli affari delle compagnie aeree.

Ma forse gli aerei non devono necessariamente decollare. È quanto suggerito recentemente da un articolo del «Financial Times». Stando alla testata americana, il vero valore delle compagnie aeree non risiede più negli aerei e nell’attività operativa. I programmi «frequent flyer» e «premium» hanno infatti un valore nettamente superiore. È ad esempio il caso del programma AAdvantage di American Airlines che vale 26 miliardi di dollari americani, mentre attualmente la compagnia ne vale solo sei. La situazione è paragonabile anche presso le altre compagnie colpite dalla crisi: usano i programmi fedeltà come garanzia di sicurezza per i crediti. In questo modo le linee aeree non sono più in primo luogo fornitori di trasporto, ma si sono trasformate in operatrici di dati e di profili utenti attraverso partenariati con emittenti di carte di credito e altre aziende. 

Come quasi ogni azienda digitale, anche le compagnie aeree sono parte di una nuova economia in cui gli stessi dati dei consumatori sono diventati una merce. Seguendo l’esempio di pionieri tecnologici come Google, Amazon, Facebook o Microsoft, grazie a delle applicazioni cercano, raccolgono e catturano dati che possono fornire informazioni relative al comportamento dei consumatori.

Questo significa però anche che nella rete l’impronta digitale dei cittadini viene seguita e sorvegliata passo dopo passo. Questo va a nostro vantaggio oppure minaccia la nostra autonomia e libertà? Questo «capitalismo della sorveglianza», come lo ha definito la professoressa di Harvard Shoshana Zuboff nella sua acclamata opera «The Age of Surveillance Capitalism», nasce all’inizio del XXI secolo. Se in origine il motore di ricerca Google aveva lo scopo di semplificare la vita degli utenti in Internet grazie alla funzione di ricerca, il gigante tecnologico si è presto reso conto che le cronologie di ricerca degli utenti fornivano preziose informazioni relative a comportamento e preferenze di consumo – una vera e propria miniera d’oro per le ricerche di mercato.

Questo ha permesso a Google di presentare agli utenti pubblicità più mirate, pilotando così in modo intelligente i consumatori verso determinati prodotti. Da allora Google non si limita più a cercare per noi, bensì è l’impresa a cercare noi. La «piovra di dati» come modello commerciale.

L’ira delle nonne: davanti al campus principale di Facebook a Menlo Park, in California, le «Raging Grannies» dimostrano a favore di una maggiore protezione dei consumatori e di una maggiore sfera privata online.
Getty

Anche Facebook, Amazon e altre aziende di Internet hanno trasformato estrazione e raffinazione della materia prima «dati relativi al comportamento degli utenti» nella loro attività principale per garantire a pubblicitari e fornitori di prodotti il miglior accesso possibile al cliente ideale attraverso le diverse piattaforme. Ne consegue quel momento inquietante quando il termine di ricerca o il tema discusso in una chat di Facebook appare improvvisamente come pubblicità online o offerta di prodotti su un sito web o un’applicazione completamente diversi. Molte persone considerano questa pratica un’ingerenza nella propria sfera privata. Il Grande Fratello osserva tutti. A permettere questa possibilità è sempre la stessa contrattazione. Lo si può già riconoscere dalla parola inglese «free». Come noto, significa «libero», ma anche «gratuito». Agli utenti viene messo a disposizione gratuitamente un servizio (funzione di ricerca, app, assistenti virtuali come Alexa, uso di una piattaforma sui media sociali). In cambio, accettando le condizioni generali di contratto gli utenti svincolano i propri dati personali.

A prima vista sembra spesso un buon affare che promette infatti delle comodità: comunicazione semplice con altre persone, accesso a informazioni o una maggiore efficienza di servizi. Fornendo ad esempio i dati biometrici alle compagnie aeree, gli utenti possono evitare attese al check-in e al controllo della sicurezza risparmiando così tempo e stress. Il prezzo da pagare sembra irrisorio, ma l’apparenza inganna: nella sfera digitale, dati biografici, geografici e demografici, media preferiti, interazioni e reazioni emotive come like, GIF, emoji, e addirittura commenti e interpunzione si possono rilevare statisticamente e in seguito analizzare sotto forma di profili utenti. Questi possono a loro volta essere sfruttati per qualsiasi scopo, obiettivo e previsione commerciali come pure per le relative offerte. Rappresentano la base del capitalismo digitale del XXI secolo.

Si può considerare un vantaggio fino a quando queste offerte rimangono trasparenti ed eque da lasciare agli utenti delle opzioni nella selezione dei prodotti. Questo non è però sempre il caso su piattaforme come Amazon e Google. La concorrenza viene bloccata e le offerte vengono posizionate in bella vista dietro pagamento.  Gli utenti-consumatori possono scegliere da un elenco stilato con cura, spesso senza saperlo. Non si tratta solo di una possibile distorsione della concorrenza e di un monopolio. La limitazione della libertà di consumatori ignari è eticamente discutibile. Se essi dipendono inoltre da servizi specifici digitali nel settore sanitario o assicurativo, hanno ancora meno strumenti a disposizione per proteggere i propri dati privati.

No Entry: i dimostranti bloccano l’accesso di un Apple Store a Hong Kong.
Getty

L’esempio spesso citato di Cambridge Analytica dimostra le dimensioni che può assumere l’uso improprio dei dati personali. Le opinioni relative al successo dell’azienda con il microtargeting degli elettori nel condizionamento delle elezioni presidenziali USA del 2016 divergono. Per quanto riguarda invece la valutazione del modello commerciale di CA sono per contro tutti d’accordo: chi raccoglie 87 milioni di set di dati personali da Facebook e allestisce accurati profili psicologici a cui poter indirizzare pubblicità mirata a gruppi target politici, pratica propaganda politica sleale. Regolatori e opinione pubblica hanno giustamente reagito con inquietudine una volta emersi gli intrighi di CA.

Nel frattempo qualcosa si è mosso negli sforzi normativi. Negli USA i CEO di Facebook, Google, Apple e Amazon devono comparire rego-larmente ad audizioni davanti ai membri del Congresso, si parla addirittura di smembrare i giganti di Internet. In parole semplici questo è «un tipo di monopolio che abbiamo visto l’ultima volta nell’epoca dei baroni del petrolio».

Viene messa in discussione anche la sezione 230 della Communications Decency Act, emanata nel 1996, che considera le aziende informatiche non legalmente responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti, al contrario di quanto previsto invece per case editrici e media. Questo è importante in quanto la sezione 230 ammette un’ampia libertà nella pubblicazione di contenuti che la rende particolarmente interessante. Per quanto riguarda la protezione dei dati, ma non solo in questo ambito, nell’UE
il vento è cambiato per le GAFA: il Commissario europeo per la concorrenza Margrethe Vestager ha comminato a Google tre multe per un importo record complessivo di 8,25 miliardi di euro per abuso di posizione dominante sul mercato. In confronto, Apple in Francia se l’è cavata con 1,1 miliardi per comportamento anticompetitivo.

Newyorkesi contro Amazon: protesta contro l’impero di Jeff Bezos.
Getty

Il braccio di ferro va però anche nella direzione inversa: in risposta alla negazione del trasferimento dei dati di 410 milioni di utenti europei negli USA, Facebook ha recentemente reagito minacciando di ritirarsi dall’attività in Europa. Oltre al bastone, le GAFA offrono anche la carota, ad esempio con il lancio di programmi di finanziamento per media e fornitori di tecnologie connessi.

Di conseguenza, anche gli utenti e i cittadini prestano molta attenzione quando ne va della protezione della loro sfera privata e della libertà in qualità di consumatori. L’opinione pubblica è stata sensibilizzata per la prima volta circa l’oscura raccolta di dati
con le rivelazioni, nel 2013, delle pratiche della National Security Agency da parte di Edward Snowden. Il whistleblower fornì dettagli relativi a programmi di spionaggio digitale impiegati dai servizi segreti americani. L’indignazione fu giustamente enorme anche in seguito ai dettagli relativi a una «fattoria di server» a Salt Lake City, lo Utah Data Center, dove furono presumibilmente salvati molti dei set di dati. Stando a quanto riportato dai media, il centro di dati offriva capacità di salvataggio ed elaborazione pari a cinque zettabyte, quasi la totalità dei dati prodotti a livello globale nel 2013.

Uno zettabyte corrisponde a 1021 byte, dunque a un
10 con 21 zeri o a un miliardo di gigabyte. Nel frattempo l’International Data Corporation stima la sfera di dati mondiali in circa 50 zettabyte. Entro il 2025 toccherà la soglia dei 175 zettabyte. Sono dimensioni difficili da comprendere ed è un indizio che la raccolta dei dati sarà una costante della nostra vita digitale anche in futuro. Proprio come la domanda di come sia possibile conciliare tale raccolta con la nostra libertà personale.