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Ritorno al futuro?

Moglie, marito, figli ... tutti a casa. Il lavoro flessibile consolida i ruoli tradizionali oppure è la tanto attesa opportunità? La digitalizzazione come catalizzatore delle pari opportunità in famiglia.

Keystone

Leoni Hof

Da quando decollano meno aerei è diventato più difficile allestire previsioni meteo precise: gli aerei di linea forniscono infatti i dati all’Organizzazione meteorologica mondiale. Senza tali dati, invece di fare previsioni meteo si tira piuttosto a indovinare. La pandemia di coronavirus ci ha ricordato l’interdipendenza delle cose. Un’altra reazione a catena attualmente in atto è quella del tele­lavoro sull’uguaglianza di genere. I pareri sono discordanti proprio come la situazione meteorologica. In estate dalle reti sociali si è levato un grido di protesta. Si è parlato addirittura di un ritorno al 1950. La discussione non riguardava tavolini a forma di fagiolo o ricci di formaggio, bensì il ruolo della donna. È stata la sociologa tedesca Jutta Allmendinger ad affermare che il coronavirus ha annullato i progressi conquistati riportando la situazione indietro di tre decenni con le donne di nuovo ai fornelli. Anche Kathrin Bertschy, co-presidente di Alliance F e consigliera nazionale dei Verdi liberali è di questo avviso: «La crisi legata al coronavirus ha mostrato che in una situazione eccezionale la Svizzera torna rapidamente alle vecchie abitudini.»

Ma di cosa si tratta concretamente? Uno studio commissionato dall’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo rivela quanto segue: «Quando sono state chiuse le scuole e l’assistenza di terzi è venuta completamente a mancare sono state le donne a dover fare dei sacrifici.» Concretamente, questo significa che le mamme avevano meno capacità da dedicare al proprio lavoro. Perché (volenti o nolenti) devono coprire le spalle al partner in carriera con il salario più elevato, perché crescono
i figli da sole oppure perché credono di saper gestire meglio figli e lavori domestici. I risultati del sondaggio svizzero si allineano con quelli degli studi internazionali. Le donne assumevano però già prima dell’emergenza legata al coronavirus gran parte del lavoro di cura non retribuito – a beneficio di figli, parenti o della cerchia di amici estesa. La chiusura generalizzata ha inasprito ulteriormente la situazione. È questa la conclusione a cui giunge la fondazione tedesca Hans-Böckler-Stiftung: solo il 62 per cento delle coppie che prima suddivideva equamente lavori domestici e assistenza dei figli ha mantenuto questa abitudine anche durante la chiusura generalizzata (e forse anche oltre questo periodo?). Non è ancora chiaro cosa significhi questo sul lungo termine. Gli effetti a breve termine si sono già potuti osservare nella scienza: la produttività delle ricercatrici ha registrato un clamoroso calo –  #coronapublicationgap.

A questo punto occorre chiedersi se il progresso relativo all’uguaglianza di genere sia stato effettivamente così evidente prima della chiusura generalizzata. Il gender pay gap, il divario retributivo di genere, è ben lungi dall’essere superato proprio come la domanda (retorica) su chi dei genitori è predestinato a occuparsi dei figli: la Svizzera ha approvato il congedo paternità solo poche settimane fa – come ultimo Paese in Europa. Sarebbe interessante sapere se il periodo trascorso ultimamente con la famiglia abbia indotto i padri ad approvare l’oggetto in votazione. È anche interessante vedere come le discussioni nella cerchia di conoscenti siano ben diverse da quella che sembra essere l’opinione generale accettata in merito a telelavoro e pari opportunità: in molti casi l’assistenza ai figli è stata suddivisa e rinegoziata in base a chi avrebbe ricevuto la videochiamata più importante. Molti dei padri che nel nostro Paese amano lavorare a tempo pieno si sono resi conto di cosa significa occuparsi delle faccende domestiche e hanno realizzato che forse in futuro dovrebbero aiutare di più le partner. Molti hanno trascorso per la prima volta del tempo con la famiglia e non vogliono più rinunciarvi perché si sono resi conto di cosa si perdono. C’è da augurarsi che anche le madri abbiano visto che è fattibile e che in questo modo hanno più tempo da dedicare ad altri progetti oppure anche solo per fermarsi un attimo a riprendere fiato. È ancora troppo presto per stabilire se questo effetto sarà a lungo termine e globale. Un consiglio alle madri: per favore, date più istruzioni a chi vi sta accanto invece di cuocere pane alle banane.

Quest’estate le immagini delle varie creazioni preparate hanno sommerso le timeline. È come se qualcuno avesse dato un ordine segreto dando il via alla preparazione di dolci e conserve e a pulizie per tirare tutto a lucido. Improvvisamente, le donne si sono occupate proprio di quei compiti che secondo i fautori della suddivisione tradizionale dei ruoli dovrebbero sempre assumersi. Eppure, il telelavoro e la crescente accettazione del lavoro flessibile potrebbe essere l’opportunità che aspettano. I processi di lavoro diventano più agili, le gerarchie più piatte e il networking, competenza in cui di solito le donne eccellono, diventa più semplice e globale. Un semplice esempio: grazie al telelavoro vengono a cadere tragitti casa-lavoro e viaggi di lavoro, ciò che permette al partner, finora meno coinvolto, di partecipare maggiormente al lavoro di assistenza all’interno della famiglia. (Una piccola parentesi: probabilmente la scelta del partner sbagliato ha effetti più devastanti sulle pari opportunità di qualsiasi chiusura generalizzata.) La digitalizzazione del lavoro e l’evoluzione verso transizioni più fluide può effettivamente rendere più equo il mondo. Un mondo in cui è possibile rivalutare e attuare la conciliazione. Certo, questo richiede ben più della possibilità del telelavoro, tuttavia, come non si stanca mai di ricordare l’esperta in economia e consulente aziendale tedesca Henrike von Platen: «La digitalizzazione è la complice perfetta verso le pari opportunità.» Se si è in grado di cogliere l’occasione.