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Giornate digitali 2020

Zona di tensione: Svizzera

Da sempre la Svizzera lamenta e al contempo accoglie con favore le nuove tecnologie. Ciò non andrebbe dimenticato nelle discussioni attuali.

Keystone

Thomas Ley

Erano i tempi dell’iMac e del peluche Furby, del Nokia 3210 e della Playstation. Erano gli albori della gestione con il Blackberry, quando si «googlava» ancora con Yahoo e la bolla delle Dot-com era bella grossa e promettente.

Ed erano i tempi del mal di testa.Nel 1999 i capogiri di giorno e i disturbi del sonno di notte erano le presunte malattie sociali. E sebbene – oppure poiché – già due svizzeri su cinque avevano il telefonino, si riteneva responsabile dei malanni l’antenna dei cellulari. O come si diceva allora: il trasmettitore del Natel.

La «controversia sulle antenne» fu il tema della prima puntata di «Arena» di Patrick Rohr. Il mite successore di Zampano Filippo Leutenegger dovette far fronte subito a un clima di tensione. «Sempre più pazienti lamentano problemi di salute», s’inalberò la Consigliera nazionale verde e medico Ruth Gonseth. «Le persone non dormono più, soffrono di mal di testa e tinnito.» Tutto a causa delle antenne.

Primo scontro sulle antenne durante il dibattito «Arena» nel 1999.
Keystone

O era forse solo frutto dell’immaginazione? Il professore in neurologia Hans Gregor Wieser le rispose con filosofia: «Il cellulare è un mezzo d’informazione della società dell’informazione e ci spaventa dover elaborare queste informazioni inverosimili che ci pervengono.» Con ciò intendeva dire: ve ne fregate del futuro, facendo così infuriare gli scettici delle antenne: «Lei non prende sul serio la nostra posizione!», lo rimbrottò Heini Glauser della Fondazione svizzera per l’energia.

Forse Glauser aveva ragione. Il sorriso del rappresentante di provider e ricerca che aveva davanti era tra l’arrogante e la disperazione ostentata. Probabilmente tutti pensavano a quel che Simonetta Sommaruga,
allora massima esponente della protezione dei consumatori, descrisse così in trasmissione: «Una certa contraddizione è inevitabile. Sono tanti a volere il cellulare, ma altrettanti non vogliono le antenne.»

Il 5G e il nuovo mal di testa

Oggi la signora Sommaruga è Consigliera federale e Ministra della Comunicazione e deve far fronte a un movimento simile a quello del 1999, ben quattro generazioni di telefonia mobile dopo. Il nuovo standard si chiama 5G, e «5G!» è diventato il grido di battaglia degli scettici della tecnologia. Gli argomenti sono gli stessi: radiazioni, mal di testa, incubi.

Molti non comprendono questo furore. Rolf Vogt, professore di elettrotecnica e tecnologia dell’informazione alla SUP di Berna, rammenta: «Due anni fa una giornalista mi chiese se mi aspettassi opposizione nei confronti del 5G e risposi di no. A volte si sbaglia.»

Il passaggio dal 3G al 4G, un passo più significativo a livello tecnologico, ha avuto infatti una risonanza contenuta, ricorda Vogt. Tra il 4G e il 5G, invece, il tipo di segnali emessi e la potenza restano praticamente invariati. E ora si litiga in proposito?D’improvviso la situazione è inquietante per il settore. Ma cosa succederebbe se sbattesse contro il muro plebiscitario? È plausibile. Da noi l’opposizione non è maggiore che in altri paesi, constata il Consigliere nazionale dei verdi liberali zurighese Jörg Mäder: «In Gran Bretagna hanno dato fuoco alle antenne 5G. Mi sembra una protesta piuttosto violenta.» In Svizzera si potrebbe invece lanciare subito un progetto di legge. «È molto diverso.»

E le conseguenze potrebbero essere drastiche. Questa primavera Avenir Suisse ha illustrato come sarebbe stata la Svizzera se nel 2002 fosse stata vietata l’introduzione del 3G: sarebbe stato un paese dove negli anni 2010 si sarebbero ancora stampate le mappe anziché utilizzare Google Maps. Un paese quasi senza app, in cui la gente avrebbe usato ancora i lettori CD. In cui l’editoria avrebbe guadagnato con la stampa cartacea e un SMS costerebbe ancora 20 centesimi.

La Svizzera, una «macchia nera nell’Europa digitale» titolerebbe l’«Economist» in questo universo parallelo. Un paese «sotto una campana di vetro, contro cui si infrangerebbero certe novità tecnologiche», mette in guardia Avenir Suisse.

Ferrovie e filande

Il timore di rimanere tagliati fuori è sempre stato il principale motore del progresso in Svizzera. Nel 1852, anno dell’approvazione della prima legge sulle ferrovie, eravamo una macchia cieca sulla carta europea delle strade ferrate in rapida crescita. La Svizzera rischiava di essere aggirata a ovest dalla ferrovia francese del Moncenisio e a est dalla linea austriaca del Brennero.

Allora gli svizzeri si chiedevano se il treno fosse dannoso per la salute dei passeggeri e se i ristoratori e i trasportatori fossero al tracollo economico. Ma alla fine il pioniere dello Stato federale Alfred Escher convinse i colleghi a Palazzo federale ad evitare di divenire l’«eremo europeo», dando il via al boom della rotaia. Il resto è storia della ferrovia.

Questo non è stato il principale shock tecnologico nella storia elvetica, come scrive lo storico economico zurighese Tobias Straumann. È avvenuto cento anni prima e ha «scosso brutalmente» la Svizzera tedesca, ossia l’avvento delle fabbriche di tessitura meccanica del cotone, che ha segnato la fine dei telai contadini: «Si stima che attorno al 1790 circa 100 000 tessitori persero il lavoro; su una popolazione totale di 1,6 milioni di persone», afferma Straumann. Filatoi che in un colpo solo sostituivano 30 tessitori. Una frattura inimmaginabile oggigiorno.

Boom dei binari: costruzione del San Gottardo (1872 - 1880).
The Granger Collection

In Gran Bretagna questa rivoluzione ha avuto luogo nello stesso periodo. La «Spinning Jenny», il primo filatoio a vapore, sostituì 200 operai. Una svolta incredibile. Ne conseguì un boom economico mai visto prima e lavoro per milioni di persone, anche se nei primi decenni caddero in misera di colpo intere regioni del paese.

Non sorprende che questo progresso abbia suscitato timore e rabbia nelle persone. Come i «luddisti», che presero il nome da Ned Ludd, un tessitore forse mai esistito, di cui si narra abbia distrutto per protesta due telai meccanici nel 1779. La leggenda di Ludd ispirò però i luddisti nel 1811 a portare avanti una crociata violenta, che l’esercito britannico dovette sedare con le armi, contro le macchine industriali.

Sito industriale fiorente: nello stabilimento di filatura a pettine di Bürglen TG nel 1958 le macchine venivano azionate con mani e ginocchia.
Photopress-Archiv

Neo-luddisti e scettici del coronavirus

È davvero finita l’era della forza bruta contro la tecnologia? Due anni fa il «Guardian» si chiedeva se fossero arrivati i tempi dei neo-luddisti. Poiché ancor prima di far esplodere i trasmettitori 5G in Gran Bretagna, avevano incendiato i taxi Uber in India, Croazia, Ungheria, Polonia, Colombia e persino in Francia.

Nel 2017 venne bruciata «La Casemate» di Grenoble, una sorta di showroom degli ambienti di lavoro moderni. Gli attentatori scrissero che «questa famigerata istituzione se lo meritava da un pezzo per aver favorito la dannosa diffusione della cultura digitale» preannunciando: «Oggi abbiamo raso al suolo La Casemate, domani sarà qualcos’altro. Tutto ciò che odiamo, deve bruciare.»

Avvicinarsi per ricevere una pedata: durante uno sciopero a Barcellona un tassista sfoga la propria avversione verso Uber.
Reuters

La rabbia in Svizzera non ha (ancora) raggiunto tali livelli di violenza. Nel giugno 2019 a Denens (Vaud) è stata però incendiata un’antenna dei cellulari, quasi sicuramente un gesto doloso. Chissà che il grigionese Marco Camenisch, che fece saltare in aria le linee dell’alta tensione negli anni settanta, non possa ispirare i suoi compatrioti.

Ma quel che si è pure diffuso in Svizzera quest’estate è un nuovo minestrone di scetticismo nei confronti del coronavirus, teorie di cospirazione QAnon e timori per il 5G. D’improvviso Zurigo si ritrovò tappezzata di cartelloni secondo cui il miliardario di Microsoft Bill Gates avrebbe diffuso il Covid nel mondo per mezzo di radiazioni 5G, e altre affermazioni sul generis.

È interessante notare che la nuova fobia digitale ha luogo naturalmente online. Questa primavera la campagna britannica «Hope not Hate» ha condotto un sondaggio da cui è emerso che circa l’8 % degli isolani è convinto che il 5G diffonda il coronavirus, mentre il 19 % lo ritiene quantomeno possibile. Nelle quattro settimane precedenti il 37 % aveva letto articoli o guardato video in cui si discutevano le diverse teorie di cospirazione.

Li avevano trovati su Facebook, in gruppi con decine di migliaia di follower. «Hope» vi trovò post come: «Il 5G è più inquietante della bomba atomica, poiché rende le persone zombi e schiave al servizio della classe sionista dei super ricchi.» Una frase che riassume tutto. Si potrebbe chiamarlo timore delle antenne 4.0: nato nel mondo lineare di «Arena» per poi sconfinare nel regno non lineare di YouTube e Facebook, sempre consultabile sullo smartphone.

Non in tutti i paesi però la stessa forza si riversa per le strade. Se, stando alle stime, a Berlino a fine agosto si radunarono fino a 20 000 e a Zurigo fino a 2000 scettici nei confronti di coronavirus-Bill Gates 5G, a Vienna o Londra scesero in strada solo poche centinaia di persone. Il Consigliere nazionale verde liberale Mäder non è sorpreso: «Non bisogna dimenticare la cosiddetta ‹long tail›, la coda del topo delle mere informazioni su Internet, che ha una risonanza molto più estesa rispetto alla realtà. Le teorie di cospirazione non ottengono la maggioranza.»

Passerella politica: il 21 settembre 2019 sulla Piazza federale di Berna si è tenuta una dimostrazione contro la tecnologia 5G e il suo impiego.
Keystone

Consiglio federale e iniziative

In Svizzera non è ancora definitivo. Il movimento è deciso a testare la sua capacità di raggiungere la maggioranza. Sono in corso contemporaneamente cinque iniziative, con nomi e questioni simili:

l’iniziativa «Per una telefonia mobile compatibile con la salute e a basso consumo energetico» mira a integrare nella Costituzione i valori limite del 1999; la «Responsabilità in materia di telefonia mobile» intende rendere responsabili gli operatori del risarcimento dei danni causati dalle radiazioni; l’«autonomia comunale in materia di copertura di telefonia mobile» ritiene i comuni responsabili dell’ubicazione delle antenne; l’iniziativa di Frequencia «per spazi vitali con meno radiazioni» chiede appartamenti senza radiazioni emanate da antenne e chi telefona con il cellulare deve avvalersi di un cavo o della WLAN e l’«Iniziativa 5G» che chiede una moratoria di cinque anni per le onde millimetriche.

La marea di iniziative inquieta anche Hans-Ulrich Jakob, un oppositore di lunga data delle radiazioni della telefonia mobile. Negli anni ottanta aveva combattuto contro l’emittente bernese a onde corte Schwarzenburg, con cui veniva diffusa Radio Svizzera Internazionale. «Speravo ci si potesse accordare su un’iniziativa, anziché puntare su una tale dispersione con cinque iniziative», afferma alla SRF. Ha cercato di riunire le forze, «ma sono capitato sulle persone sbagliate.» Osserva infatti una certa «presunzione» dei singoli gruppi.

Ma gli oppositori non devono avere solo fiducia nelle loro iniziative. Già quattro Cantoni – Neuchâtel, Ginevra, Vaud e Giura – hanno deciso moratorie proprie 5G o chiesto una moratoria nazionale tramite iniziativa cantonale. Al momento la Confederazione è riluttante a prendere decisioni, con rammarico del settore telecom. In aprile il governo ha deciso di non allentare i valori limite. La minaccia degli operatori, cioè la necessità di installare 26’000 nuove emittenti se quelle presenti non fossero state leggermente potenziate, è rimasta inascoltata.

Ora si costruiscono piuttosto le cosiddette antenne adattative, che non diffondono segnali ad ampio raggio, bensì in maniera mirata e concentrata nella direzione dell’utente. La Consigliera federale Simonetta Sommaruga, un tempo ad «Arena» nelle file degli scettici delle antenne dei cellulari, crede ciecamente nella nuova tecnologia. Anche Swisscom decanta la «digitalizzazione sostenibile». Tutti contenti, allora?

Ovviamente no. Gli oppositori delle radiazioni la accusano di aver celato un «massiccio» aumento dei valori limite. Bisognerà spiegare alla Consigliera federale la portata e gli effetti in occasione di un incontro di persona, propongono in una lettera aperta, «sulla base di grafici ed esempi pratici».

Una consigliera federale dalla parte delle industrie, che manca di prudenza? Affatto, direbbe probabilmente il Consigliere nazionale PPD grigionese Martin Candinas, che segue la discussione con crescente preoccupazione. «Quasi il 90 % di tutti i permessi di costruzione per antenne di trasmissione, 4G o 5G, sono bloccati», constata, «e questo mi preoccupa davvero.» È deplorevole che il DATEC di Sommaruga mostri poco interesse a portare avanti il processo «e risolvere il blocco dilagante dei permessi di costruzione».

Il tema è rapidamente sfuggito dalle mani della politica, ammette: «Ha avuto una risonanza tale, mai vista prima. Mi ricordo della decisione della commissione del Consiglio nazionale per i trasporti e le telecomunicazioni del 2016, che con 23 voti contro 2 aveva persino proposto un allentamento dei valori limite.» Quasi all’unanimità; oggi sarebbe inimmaginabile, afferma con una punta di malinconia. Che cosa è successo? La politica ha peccato di ingenuità? O è stata troppo ottimista sul piano scientifico?

Forti opposizioni al 5G. Dimostrazione «Stop al 5G» del 10 maggio 2019 a Berna.
Keystone

Equivoci e strategie

Bisogna restare obiettivi, avverte il tecnologo dell’informazione Rolf Vogt: «Siamo costantemente circondati da onde elettromagnetiche. Tutti i nostri apparecchi elettronici ne emettono, come pure la WLAN, ormai scontata.» Misurate sulle radiazioni che emette un apparecchio WLAN casalingo le radiazioni supplementari provenienti da un’antenna 5G sono come un bicchiere d’acqua in una vasca da bagno stracolma. «Se state seduti a tre metri di
distanza dalla vostra fonte WLAN, le radiazioni sono spesso 10 000 volte più forti di quelle di un’antenna 5G all’esterno.»

Vogt segue da tempo il dibattito sulla tecnologia e non riesce più a capire la piega che ha preso. «Quando hanno installato la prima rete cellulare Natel C (1G) non ci fu opposizione», racconta. «Iniziò solo con il passaggio al 2G. Sostenevano che fosse pericoloso perché si passava dalle onde constanti a quelle pulsanti.» Non tutti comunque hanno tenuto il loro cellulare Natel C a onde non pulsanti, come avevano sostenuto alla fine degli anni novanta.

Al passaggio al 3G vi fu di nuovo opposizione, malgrado la potenza del singolo cellulare diminuì, anziché aumentare. «Nelle discussioni ci si dimentica spesso delle emissioni del proprio cellulare durante le telefonate o la navigazione», commenta sorpreso Vogt. Eppure è un fattore di un milione in più rispetto a un trasmettitore.

È frustrante che idee sbagliate e percezioni distorte siano così dure a morire, sostiene lo scienziato: «Secondo me gli operatori seguono una strategia sbagliata, mettendo sempre in evidenza quanto prendono sul serio tali timori perché così li mantengono in vita.»

Il Consigliere nazionale Candinas concorda: «Forse gli operatori portano avanti il dibattito in maniera sbagliata», ipotizza. «Si è cominciato a parlare del 5G anni in anticipo e si è atteso troppo a lungo con l’introduzione. Tanto che l’opinione pubblica l’ha trasformato in una cosa molto brutta. È mancata l’informazione; di colpo il tema era diventato una sorta di questione di fede.»

Una situazione sconcertante nel 2020. Dov’è l’atteso balzo in avanti nella digitalizzazione alla fine dell’anno del coronavirus? La risposta breve è: ha avuto luogo, ma in modo meno netto di quanto auspicato. «Il superamento solo parziale dello stress test del coronavirus» è quanto emerge dallo studio annuale sulla digitalizzazione della scuola d’affari IMD di Losanna e nella classifica IMD la Svizzera perde una posizione scivolando al 6 posto.

Su 63 paesi presi in esame, si situa però tuttora tra i primi e nell’ambito delle scienze, esperienze internazionali e forza lavoro specializzata è sul podio. Traballa invece in termini di parità tra uomo e donna, ricerca, sviluppo e innovazioni tecnologiche. L’IMD riscontra lacune in particolare nell’esiguo numero di nuove imprese e nella bassa capitalizzazione delle aziende IT. E ciò irrita ovviamente il settore.

Avenir Suisse chiede che la Confederazione, fortemente sostenuta dalla scienza e dall’economia, smetta con queste moratorie 5G regionali. «Bisogna far di nuovo applicare la Costituzione federale. Chi deve tirare le fila nell’infrastruttura della telefonia mobile è chiaramente la Confederazione.» E se una delle iniziative preannunciate dovessero concretizzarsi, il che sarebbe comunque uno «scenario futuristico», allora va sottoposta quanto prima alla popolazione.

Procediamo quindi a occhi chiusi. Una strategia rischiosa. Dato che un no ottenuto rapidamente dalla popolazione è pur sempre un no.

Con gli svizzeri si può parlare. Come lo dimostra il passato. Che si tratti di fabbriche di tessitura o ferrovia, trasmettitori radio o antenne dei cellulari: alla fine non si oppongono al progresso tecnico se si sentono presi sul serio.